Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata
Il mondo si divide tra coloro che pensano che la vita sia un gioco a somma zero, le torte della creazione del valore sono fisse e bisogna lottare per riuscire a conquistare la fetta più grossa combattendo contro i nostri avversari. E quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma positiva dove la cosa migliore da fare è la cooperazione tra diversi perché questa fa crescere la dimensione della torta e crea dividendi per tutti. Uno dei pilastri della vita come gioco a somma positiva è proprio l’apertura degli scambi nel commercio internazionale dove la specializzazione di ciascun paese nell’ambito in cui ha vantaggi comparati consente di aumentare il benessere di tutti (a partire dal famoso esempio del commercio tra Inghilterra e Portogallo di tessuti e vino raccontato da David Ricardo per spiegare il principio).
L’irruzione di Trump sulla scena ci ha improvvisamente riportato nel triste mondo del gioco a somma zero: dal risiko alla contesa per le terre rare alla guerra dei dazi la cornice dei rapporti internazionali è diventata quella del conflitto e del braccio di ferro.
La risorsa di Trump è la prepotenza che Trump spinge i suoi avversari nella negoziazione ad accettare accordi con condizioni (apparentemente) a lui più favorevoli. Cosa ci guadagnano gli Stati Uniti dai dazi? Sicuramente entrate fiscali (il pagamento dei dazi appunto) che però non sono altro che tasse che i consumatori americani pagano se vogliono continuare a comprare i prodotti importati. Il rischio d’inflazione per un paese che contemporaneamente e su più tavoli istituisce dei dazi è però piuttosto elevato. E questo spiega perché il governatore della Fed Powell si ostina a non abbassare i tassi d’interesse per paura di alimentare la spinta inflattiva. Nel frattempo il debito americano esplode e paga interessi salati. Il dollaro s’indebolisce (ha perso il 15 percento circa da gennaio ad oggi sull’euro) e questo probabilmente è il vero successo di Trump, sempre se guardiamo la cosa in ottica di sostegno all’export e penalizzazione dell’import per rimettere in equilibrio la bilancia commerciale, non certo se pensiamo al costo dei beni importati ed al rischio inflazione che raddoppia se sommiamo il 15% dei dazi (nel caso dei prodotti europei) e il 15% di svalutazione del cambio.
La nostra risposta migliore? Quella di cercare di fare squadra con tutto il resto del mondo per intensificare relazioni commerciali e libero scambio e provare ad indebolire la posizione contrattuale di Trump che trionfa se siamo divisi. Per ora abbiamo ritenuto non conveniente alzare la voce ma se il presidente americano, non contento di quanto ottenuto, dovesse alzare la posta, allora vale la pena far capire che oltre questo non vogliamo andare e che qualche arma di negoziazione ce l’abbiamo.
L’arrendevolezza dell’Europa infatti ha prodotto alcuni danni importanti. Il vincolo ad acquistare grandi quantità di gas liquido dagli Stati Uniti è particolarmente gravoso per il nostro paese che, come ci dicono i dati e ricorda lo stesso rapporto Draghi, ha il più alto tasso di dipendenza in materia di energia da fonti non nazionali (le fonti fossili di petrolio e gas) e il più alto costo in bolletta per famiglie e imprese tra i paesi UE. Il gas liquefatto americano è una fonte costosissima. Il gas è innanzitutto esposto a fluttuazioni di prezzo che non possiamo controllare con rischi di fiammate inflattive come quelle che abbiamo purtroppo subito a cavallo dell’aggressione russa all’Ucraina. In aggiunta a ciò il gas che non ci arriva attraverso gasdotto ma con le navi gasiere da un paese lontano e passa due costosi processi industriali di liquefazione e di rigassificazione ha costi naturalmente molto elevati. L’accordo subito a causa della guerra dei dazi dunque va nella direzione opposta a quella che dobbiamo percorrere per ridurre la nostra dipendenza energetica ed abbassare i costi dell’energia per imprese e famiglie. In particolare da questo punto di vista sono molto importanti politiche come quelle dell’energy release con le quali il governo anticipa la riduzione del costo in bolletta per imprese che investono per aumentare la quota di energia utilizzata da fonti rinnovabili attraverso loro propri impianti riducendo in questo modo contemporaneamente costi e dipendenza energetica.
Altro tema di rilievo è in che modo le nostre imprese possono fronteggiare la nuova sfida e quali saranno le conseguenze della stessa su di esse. L’impatto sarà naturalmente più forte su quelle che hanno una quota maggiore di profitti dipendente dalle vendite sui mercati statunitensi e questo spingerà naturalmente tutto il sistema produttivo italiano a diversificare le proprie esportazioni per ridurre tale quota e tale rischio. Quello che accadrà sui mercati dipenderà dalla combinazione delle strategie di prezzo delle aziende e della reazione dei consumatori, ovvero della loro elasticità della domanda. Le fasce di reddito alte negli Stati Uniti hanno domanda meno elastica per i prodotti italiani di qualità (facciamo l’esempio del vino e del parmigiano) e dunque potrebbero continuare a consumarli nella stessa quantità nonostante l’aumento dei prezzi. Ma saranno le aziende stesse con strategie di cross-pricing a mettere in atto politiche di prezzo convenienti (non trasferendo tutto il peso dei dazi in un aumento del 15% del prodotto) attraverso una divisione dell’onere sui prodotti venduti sugli altri mercati. Quello che potrebbe accadere dunque è una trasmissione non al 100% del dazio sul prezzo dei prodotti negli USA compensata da piccoli rincari distribuiti sui prodotti venduti sugli altri mercati.
Ancora una volta in casi come questi si conferma l’importanza dell’”intelligenza relazionale” del nostro mondo imprenditoriale che è uno strumento decisivo per affrontare le tempeste delle congiunture economiche. Come economia civile – è il tema del prossimo festival nazionale del 2-5 ottobre a Roma – sottolineiamo quanto l’intelligenza relazionale sia risorsa decisiva per la qualità di vita e per il successo sociale e professionale. Non ci stanchiamo da questo punto di vista di ricordare l’esempio della nascita di uno dei nostri più antichi e storici consorzi come quello del Parmigiano Reggiano (oggi affiancati da moltissimi altri come Melinda, Grana Padano, solo per citarne alcuni) quando nel 1801 la camera di commercio di Reggio Emilia convince i produttori di formaggio grana della provincia di Parma e Reggio Emilia a mettere assieme delle risorse per la nascita di un’associazione che avrebbe promosso poi marchio di qualità, rigore dei disciplinari e del processo produttivo, servizi alla commercializzazione e all’export. Consorzi come questo sono oggi delle corazzate che possono solcare anche mari tempestosi fornendo alle aziende servizi (anche assicurativi) che consentono di affrontare e superare meglio momenti difficili.
Pur apprezzando la qualità del formaggio grana è evidente che non parliamo dell’unica eccellenza gastronomica del nostro paese. Quale differenza tra un movimento che fa miliardi di fatturato nel mondo e altre eccellenze come le arance di Sicilia, la mozzarella di bufala campana o l’olio di oliva pugliese solo per fare qualche esempio ? La differenza non sta nella qualità intrinseca del prodotto ma nell’intelligenza relazionale dei produttori delle due provincie dell’Emilia-Romagna che hanno saputo costruire un “gioco a somma positiva” dove “uno con uno fa più di due” e la cooperazione aumenta la dimensione della torta del valore da spartire. L’intelligenza relazionale è fatta di ingredienti particolari come l’eccedenza e la capacità di scambiare doni (vedasi il contributo fondamentale del nobel George Akerlof che sul gift exchange vincerà il premio nobel dell’economia) che genera gratitudine, reciprocità, meritevolezza di fiducia e costruisce quella storia e reputazione di scambio virtuoso lungo percorsi di mutuo interesse che sono fondamentali nell’impresa cooperativa (Akerlof, 1984). Le evidenze empiriche sul rapporto tra intelligenza relazionale d’impresa e performance sono innumerevoli. Dal famoso contributo di Edmans che dimostra come le aziende più capaci da questo punto di vista hanno rendimenti azionari significativamente superiori, al nostro lavoro su decine di migliaia di aziende italiane sull’indagine multiscopo dell’ISTAT dove le aziende con maggiori skill relazionali hanno circa 40mila euro in più di valore aggiunto per addetto dopo aver controllato per tutti gli altri fattori concomitanti, fino ad un recentissimo lavoro dell’Oxford Research Institute che riscontra evidenze simili in un ampio campione rappresentativo d’imprese (Edmans, 2011; Becchetti et al. 2024; De Neve et al. 2025).
Le vicende dei dazi di questi ultimi tempi ci invitano a riflettere. La vita sociale ed economica può essere concepita come un gioco a somma zero dove il conflitto per contendersi fette di una torta di dimensioni date è inevitabile e paradossalmente finisce per ridurre le dimensioni della torta. Oppure possiamo lavorare e costruire condizioni di mutuo vantaggio che la rendono un gioco a somma positiva come nel caso del libero commercio internazionale che sfrutta i vantaggi comparati e nella costruzione di consorzi e cooperazione tra imprese (e dentro le imprese). E’ sulla seconda via che la nostra civiltà si è evoluta passando in due millenni da meno di 300 milioni a più di 8 miliardi di persone ed aumentando enormemente l’aspettativa di vita. Tutto questo è accaduto perché la maggioranza lungimirante dell’umanità ha capito che scienza, ricerca, innovazione, attività economica potevano essere giochi a somma positiva. La speranza è che la regressione a cui stiamo assistendo in questi ultimi tempi ci aiuti a ripassare questa fondamentale lezione.
Riferimenti bibliografici
Akerlof, G.A., 1984. Gift exchange and efficiency-wage theory: Four views. The American Economic Review, 74(2), pp.79-83.
Becchetti, L., Mancini, S., & Solferino, N. (2024). Relational skills and corporate Productivity in a comparative size class perspective. Italian Economic Journal, 1-35.
Edmans, A. (2011). Does the stock market fully value intangibles? Employee satisfaction and equity prices. Journal of Financial Economics, 101(3), 621–640.
De Neve, J. E., Kaats, M., & Ward, G. (2023). Workplace wellbeing and firm performance.
Edmans, A., Pu, D., Zhang, C., & Li, L. (2023). Employee satisfaction, labor market flexibility, and stock returns around the world. Management Science.

