Gianluigi De Vito, Giornalista e Ph. Doctor all’Università di Bari
RIAVVOLGIAMO IL NASTRO – Marzo 2024. Valditara vuol mettere mano ai curricula. Si comincia dalle nuove Indicazioni per infanzia e primo ciclo di istruzione. Si va alla ricerca di intellettuali che possano fare la differenza avendo ben chiaro un intento: spostare l’attenzione dal recinto ministeriale a quello accademico La scelta di nomi blasonati del mondo accademico e culturale, come Ernesto Galli della Loggia, Uto Ughi e Claudio Marazzini, ricuciono il legame con il mondo universitario, legame sfilacciato negli anni. Oltre i nomi, i «numeri»: tra coordinatori scientifici, componenti ed esperti, la commissione che dà vita alle nuove Indicazioni predispone una «rosa» di 113 persone per setacciare le traiettorie di italiano; latino per l’educazione linguistica (Lel); lingua inglese e seconda lingua comunitaria; storia; geografia; stem (scienze, tecnologia e matematica); musica; arte e immagine; educazione motoria per la scuola primaria ed educazione fisica per la scuola secondaria di primo grado. L’alveo da innovare è complesso, va via più o meno un anno durante il quale a ogni indiscrezione che trapela si scatenano fulmini e saette in tv e sui quotidiani: bagarre mediatica strumentale e ideologica, scatenata senza entrare troppo nel merito.
Il primo ring si apre sui tempi stretti della consultazione con l’attivazione di una casella di posta elettronica per la raccolta di suggerimenti e osservazioni sul testo. I tempi vengono dilatati. Poi, le audizioni effettuate con associazioni professionali e disciplinari, associazioni dei genitori e degli studenti e organizzazioni sindacali. E come terzo strumento, un questionario. Alla fine, il riassetto dell’impianto, frutto dei suggerimenti accolti, partorisce la bozza pubblicata sul sito del Mim l’11 giugno. La curva Cspi fa meno paura.
COSA C’È DI NUOVO – Il «film» della riforma è più o meno questo: «famiglia» al centro; «esprimersi meglio»; «saper ragionare» (e il latino aiuta); «sviluppare sensibilità (leggi: empatia); saper fare da conto subito (insopportabile la ciucciolandia in matematica dei preadolescenti sotto lo scacco dell’ipertrofia tecnologica e visiva); saper fare riassunti, allenare la memoria con le poesie e conoscere la «nostra» storia prima di tutto, per chiarire i contorni del «noi». La sintesi è in una formula di Plinio il Giovane: «Non multa, sed multum» (non molte cose ma molto bene). È «una riforma pensata per i nostri giovani, per abituarli ad esprimersi correttamente, ad essere chiari, a saper ragionare, a sviluppare creatività e sensibilità. Per imparare meglio la matematica. Per conoscere la nostra storia e, dunque, avere un’identità. Per conoscere la geografia e il mondo in cui vivono», dice in una nota il ministro Valditara.
La lista delle «novità» è lunga (a cominciare dall’introduzione dell’informatica dalla primaria). E continuerà a sollecitare pensieri pedagogici contrastanti. Il tempo farà da arbitro. Ma ciò che andrebbe sottratto al ring delle polemiche è la centralità data alla scrittura. Perché «scrivere è vivere» e lo si «apprende a scuola». E per affinare pensiero e ragionamento, apprendimento della «scrittura a mano con riferimento al corsivo e alla calligrafia, perché agevola lo sviluppo della coordinazione oculo-manuale, allontana i bambini dagli schermi e permette di tutelare gli spazi vitali dell’esperienza concreta». Il gesto chirografico che collega mano a cuore e cervello è la più post-umana e antropologica sfida pedagogica alla playstationizzazione dilagante.
C’era da aspettarsi anche questo da Loredana Parla, coordinatrice scientifica della commissione per le nuove Indicazioni, pedagogista e didatta che alla scrittura come orchestrazione di operazioni cognitive e metacognitive indipendenti, fino alle scritture professionali come profondo esercizio di riflessività, ha dedicato e dedica scavi e letture divenute piste epistemologiche.
C’è altro nella riforma. C’è e non c’era (nelle Indicazioni 2012) il concetto di libertà («cuore pulsante della nostra democrazia») come principio educativo, letto con la lente di don Luigi Sturzo e con la saggezza pedagogica di Gino Corallo (educare alla libertà non significa mettere lo studente «nella» libertà, ma mettere quel valore «dentro» lo studente, in modo che impari a governarla). C’è e non c’era l’ormeggio dell’«empatia» e del rispetto delle donne in una «educazione del cuore» (ogni riferimento a De Amicis non è puramente casuale) progettata in maniera trasversale chiamando in causa l’extra-scuola di associazioni e enti territoriali.
IL FUTURO POSSIBILE – Ancora. L’inclusione, destino obbligato e felice della scuola per tutti, ha ora un taglio integrato e articolato: personalizzazione delle strategie didattiche, attraverso l’Universal design learning (Udl), per un «accompagnamento intenzionale dell’allievo a riconoscer-si capace al di là della difficoltà, di sviluppare i suoi talenti» (Indicazioni 20025 p.11). E qui «talento» è ridefinito come «capacità situata», da sviluppare in un «ambiente capacitante»: lo sfondo teorico è il Capability Approach introdotto da Amartya Sen e sviluppato da Marta Nussbaum, un approccio che invita a rinnovare le pratiche d’insegnamento declinando il benessere in termini di possibilità che ciascuno allievo ha di scegliere ciò che può e che vuole. Ma soprattutto, in evidenza, c’è il superamento del modello medico di interpretazione della disabilità e l’utilizzo della prospettiva bio-psico-sociale dell’Icf (International Classification of Functioning) adottata dall’Oms nel 2004 e che attribuisce al contesto geografico, sociale e culturale un ruolo cruciale per il funzionamento delle persone con disabilità. Solo così si esce dall’apnea della disabilità e dell’abilismo fatto di imperativi alla prestazione e alla competizione; solo così un progetto scolastico è anzitutto progetto di vita, progetto che andrebbe disegnato con la matita, in modo da poter aggiornarlo e rimodularlo a ogni imprevisto e nuova situazione. Una pedagogia operativa, insomma, per un futuro possibile. Che contrasta la «besizzazione», la tendenza a categorizzare gli svantaggi degli alunni stranieri e adottati dentro la comoda etichetta dei bisogni educativi speciali (Bes), con un’educazione interculturale capace di potenziare competenze linguistiche, culturali e civiche. Come? Assicurando, ed è la prima volta, l’assegnazione alle scuole del primo ciclo (dunque non solo ai Cpia, ai centri provinciali per l’istruzione degli adulti) docenti aggiuntivi della classe di concorso 23/A (insegnamento/apprendimento dell’Italiano L2). Basterà? Vedremo.
La verità è che il «sostegno», specie ai tempi dell’Intelligenza artificiale generativa, sollecita una progettazione dell’apprendere/trasmettere assai complessa per un sistema come quello della scuola in cui piovono addosso flussi di dati che non raccontano tutto, policrisi da scenari terrificanti e narrazioni ipnotiche di difficile smascheramento.
Più che un ricettario contro gli inceppi educativi, le nuove Indicazioni sono una weltanschauun, una visionecostruttiva e sistemica che non si rassegna alle fragilità e alle inquietudini del tempo ma non per questo collude con la richiesta di funzionare e performare. Torna al centro il valore antropologico dell’apprendere e del trasmettere, due caratteristiche specifiche di quell’uomo al quale bisogna insegnare ad essere libero e disciplinato. Torna la necessità di definire nuclei fondanti di ogni disciplina: concetti culturalmente rilevanti, scientificamente significativi, formativamente essenziali. È l’invito alle scuole (nel rispetto dell’autonomia), e alle comunità educanti, a guardare a un nuovo paradigma in cui l’attivismo pedagogico e i raccordi possibili coi territori servono a costruire un profilo dello studente in cui è la conoscenza a trainare le competenze necessarie per traghettare la vita.
