Vincenzo Mannino, Prof. emerito – Università Roma Tre
Il tema della ‘egemonia culturale’ è un fiume carsico che compare per poi inabissarsi e quindi ricomparire. Se ne avverte la presenza anche nella recente querelle fra Marcello Veneziani e il Ministro della cultura Alessandro Giuli. Veneziani ha criticato l’operato del governo presieduto da Giorgia Meloni. Vi ha visto quasi un democristiano immobilismo di ritorno. La critica è forse stata ingenerosa. Non ha dato adeguato rilievo alla posizione internazionale dell’Italia divenuta più forte di prima, ma anche, per esempio, all’efficacia di varie iniziative che trovano riscontro nel miglioramento dei rating internazionali, nella riduzione significativa dello spread, nell’avvio di un processo deciso e coerente per il rinnovamento della scuola italiana dopo decenni di colpevole immobilismo. A Veneziani ha risposto alquanto duramente Giuli e la querelle sarebbe forse passata inosservata se ‘a sinistra’ non ci si fosse buttati a pesce. Una bella lite fra persone classificate tout court nell’opposta area politica fa sempre comodo. Tuttavia, le contrastanti posizioni di Veneziani e Giuli – contrariamente alle aspettative di chi pensava di utilizzarle per gettare zizzania nel milieu della destra – danno lo spunto per ritornare sulla questione dell’egemonia culturale.
Veneziani non è nuovo alla critica senza se e senza ma. Dopo la ‘svolta’ di Fiuggi accusò per esempio Alleanza Nazionale di avere espulso il fascismo come si farebbe con un calcolo renale. Fu molto duro con Gianfranco Fini per la storia della casa di Montecarlo.
Anche Giuli non è persona che nella critica si limiti. Ne rimane esempio emblematico il suo libro Il passo delle oche del 2007, dove era stato sferzante con la leadership di Alleanza Nazionale.
A ben vedere, però, entrambe le posizioni sottolineano un atteggiamento liberale. Evidenziano l’atteggiamento di chi, per principio, magari essendo vicino a una certa parte politica, non si chiude affatto alla critica a tutto campo. Biasimarlo significa credere o volere far credere che la cultura sia più a monte un ‘derivato’ tout court della politica, omettendo che quest’ultima è piuttosto l’esito di una serie plurale di esperienze identificative del carattere di un individuo e di una società nel suo molteplice articolarsi. Negarlo significa adagiarsi in una indifferenziata unità collettiva presunta. Entro siffatta prospettiva acquista contorni più chiari il tema della ‘egemonia culturale’. Essa presuppone l’idea di ‘intellettuale organico’, su cui tanto ha insistito Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, dove la concezione tradizionale di intellettuale quale semplice ‘produttore di cultura’ si specifica. Gramsci sostiene che tutti gli uomini sono in senso lato degli intellettuali, perché tutti svolgono una qualche attività intellettuale. Non esisterebbe attività umana da cui si possa escludere un intervento intellettuale. Ogni uomo, al di là della sua professione, esplica una qualche attività intellettuale. È un filosofo, un artista, un uomo di gusto. Partecipa di una concezione del mondo e ha una consapevole linea di condotta, contribuendo a sostenere o modificare una concezione del mondo e a favorire la nascita di un certo modo di pensare. Da qui l’idea di intellettuale organico, il quale deve avere consapevolezza della responsabilità di scegliere con chi stare per esprimerne gli interessi e i bisogni. In Italia l’idea dell’intellettuale organico e quella di egemonia culturale l’ha abbracciata nel dopoguerra il Partito Comunista, permeando in modo significativo la sua azione per la conquista del consenso nella società civile. Facendo leva su quell’idea, ha saputo costruire una rete influente nell’università e nell’editoria, nel cinema e nei media, associando nel contempo ogni possibile altra cultura al conservatorismo privo di slancio innovativo, se non al fascismo. Questa ‘narrazione’ ha continuato a essere alimentata dagli eredi del Partito Comunista Italiano nel campo degli auto-definitisi progressisti, consolidando una egemonia ben costruita e capillare. Peraltro, ha continuato a veicolarsi come ‘verità’ l’asserita assenza di una cultura liberale e/o più specificamente di destra, quasi che le molteplici voci che hanno mantenuto in forme diversificate autonomia critica e dimostrato l’esistenza di una cultura plurale, come quelle di Giovannino Guareschi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giorgio Bassani, Leonardo Sciascia, Indro Montanelli, Giordano Bruno Guerri e altri ancora non esistessero o avessero un carattere del tutto residuale. Ma è l’idea di intellettuale organico e di egemonia culturale a battere oggi la fiacca. Tanto è vero che chi la pratica nel mondo progressista è costretto ad alimentarla con temi elitari, con la costruzione a tavolino di diritti umani viziati da evidente ipertrofia, con il conformismo del politicamente corretto o del wokismo. Le posizioni espresse da Veneziani e Giuli sono la punta di un iceberg. Confermano che è possibile non avere padroni e non essere condizionati da ‘recinti ideologici’ esclusivi ed escludenti. Bisogna esserne orgogliosi.
