Loredana Perla, Ordinaria di Pedagogia all’Università di Bari
Il discorso di mezz’ora pronunciato da Leone XIV nell’occasione dello scambio di auguri d’inizio anno col Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede risulta particolarmente interessante se riguardato come l’espressione chiara della visione del nuovo Papa sulla complessità dei processi geopolitici e socio-culturali in corso nel mondo.
Lontanissimo da qualsiasi retorica o tradizionale prudenza vaticana, questo testo si presenta come un vero e proprio position paper sui patimenti della fase storica che attraversiamo, al punto da essere stato definito da alcune testate il primo manifesto politico del nuovo Papa. Leone XIV si dichiara colpito dalle debolezze del multilateralismo e della stessa Onu che, a distanza di ottant’anni dalla sua nascita, dovrebbe esprimere maggiore efficienza nel difendere il diritto umanitario dalle pretese dei belligeranti. Ma il suo ruolo appare sbiadito. Subito dopo, poi, ipotizza una correlazione fra l’indebolimento del multilateralismo e un’altra forma di debolezza, da lui definita (ebnerianamente) paradossale, quella che riguarda la parola. Lo scopo del multilateralismo, dice Leone XIV, è quello di offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale. ‘Tuttavia per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo’. Il suo discorso vira così su un approfondimento concettualmente molto raffinato sul binomio parola-essere e del suo senso ultimo e della attuale tendenza wokista a far perdere l’aderenza delle parole alla realtà. Ma così a perdersi non è solo il significato e il senso delle parole, ma lo stesso uomo.
La parola, infatti, nella sua massima significanza, offre la chiave interpretativa della natura dell’uomo e del dinamismo che lo specifica. E il problema della lingua è niente di meno che lo stesso problema dell’uomo. Ma leggiamo direttamente quanto dice Leone: ‘riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro […]. Poiché soltanto per la diversità della lingua non possono manifestare l’uno all’altro i propri pensieri, una grande affinità di natura non giova nulla per stabilire rapporti al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane anziché con un estraneo’. Il cane ‘ascoltatore’ di cui dice il Papa ricorda un racconto di Anton Cechov, Malinconia, di cui è protagonista un vetturino, Jòna Potàpov, annientato dal dolore della perdita del proprio figlio. La sofferenza è indicibile, non trova le parole per comunicarla, anche se il non-detto traspare dall’espressione dolente del volto, segnato dalle lacrime versate nel buio delle notti. Non ci sono parole per dire quella sofferenza anche perché non c’è nessuno, intorno a Jòna, capace di ascoltarla. I viaggiatori sono presi dai propri pensieri, non si accorgono di quel dolore. E così Jòna finisce per parlare al suo cavallo che mastica, ascolta, e fiata sulle mani del suo padrone. Jòna legge quegli atti naturali come una disposizione ad ascoltarlo e così, come un fiume in piena, racconta tutto ciò che sente al cavallo, senza freni. Perché c’è un cavallo ad ascoltare Jòna e non un essere umano? Perché questa paradossale riduzione degli spazi di parola e di ascolto reciproci nel mondo contemporaneo? E’ una domanda che potrebbe essere trasposta dal racconto di Cechov alla realtà odierna di persone che non trovano parole e tempo per ascoltarsi reciprocamente. Ma questa incapacità genera dolore perché è nella natura dell’uomo cercare il suo Tu. Non solo fra grandi governatori delle sorti del mondo ma, nelle realtà quotidiane, fra genitori e figli, insegnanti e allievi, nonni e nipoti. La mancanza di ascolto, in famiglia, a scuola, fra gli amici, precipita nel baratro di una solitudine pneumatica. E del dolore. Ecco perché ascoltare, ancor prima di parlare, è il primo gesto di soccorso, l’atto educativo per eccellenza per permettere alle emozioni sommerse di fluire, di rompere l’isolamento in cui il silenzio precipita l’uomo.
Ma il passaggio forse più denso e importante sull’indebolimento della parola Leone XVI lo dedica all’urgenza che le parole tornino ad esprimere realtà certe. E’ la prima volta che un Papa prende una posizione netta contro il wokismo. Ma leggiamo direttamente dal discorso del Papa: ‘Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti’. E qui il Papa indica anche il ‘metodo’: ciò deve avvenire ovunque, nelle piazze, nelle case, nelle aule, nella politica, sui social fino ai rapporti multilaterali. La libertà di espressione è garantita, dice il Papa, dalla certezza del linguaggio e dal suo ancoraggio alla verità. E invece, purtroppo, duole constatare che, soprattutto in Occidente, vada sviluppandosi un linguaggio di sapore orwelliano che, nel tentativo di essere più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano. Il linguaggio, insomma, è diventato l’ambito più importante dei conflitti culturali e, di conseguenza, di quelli materiali che hanno nei primi la loro causa prima.
Si screditano parole che sono parte integrante del vocabolario tradizionale. Si è instaurato un regime da ‘polizia linguistica’ che tende, come ha scritto Furedi, al controllo linguistico dell’intera società, bersagliando termini in quanto datati o ‘problematici’. Vengono inventate parole nuove e si esercita una pressione affinché vengano accettate sino a negare la realtà delle cose, come il paradossale ‘persona con utero’ come modus operandi dell’inclusività odierna, o di ciò che si spaccia per essa, che cancella la parola donna all’interno di discorsi che la riguardano in prima persona, in favore di termini considerati neutri.
L’attacco al linguaggio è strettamente legato, come si intuisce, alla guerra contro il passato, non più compreso, ma moralmente giudicato nell’ideologia wokista. E, attraverso la condanna morale del passato, essa alimenta il compiacimento e l’edulcorazione del presente. Dimenticando che nessuna stagione della storia reale è stata mai un giardino dell’Eden e che ogni epoca ha presentato e presenta elementi contraddittori, coni d’ombra, punti ciechi. Ma tutto ciò non può giustificare la guerra contro il passato purtroppo in atto.
La denuncia del passato, poi, da parte dei cosiddetti ‘archeologi della rimostranza’ va di pari passo con la richiesta di un atto di espiazione, pentimento e riparazione da parte di chi, invece, il passato lo considera fondamentale: i peccati dell’Occidente dovrebbero trasmettersi alle generazioni all’infinito, più di quanto scritto nel versetto della Bibbia in Numeri 14:18, ovvero che il Signore castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. L’impatto di questa vandalizzazione lambisce anche l’educazione e le sue istituzioni alimentando, nei giovani, l’elaborazione incerta della propria identità. Le esperienze con le realtà istituzionali dovrebbero invece permettere ai giovani di identificare con chiarezza le coordinate del contesto culturale e sociale di nascita; facilitare i processi di integrazione elaborando il principio di appartenenza nel tempo e nello spazio che ci è dato vivere.
Alla scuola (e agli insegnanti) spetta il compito più difficile: la titolarità dell’impegno di stimolare in chi la frequenta l’elaborazione della propria identità. E questo significa far maturare negli studenti – con pazienza e ragioni – un certo universo valoriale e quella capacità di valutazione degli universi valoriali altrui che permette il confronto e il giudizio. Le tradizioni vivono dentro di noi, nelle parole che usiamo, nei valori introiettati. Negare il passato significa cancellare principi di appartenenza e di identità, un tempo base e vertice di tutti i processi educativi. E incrinare in modi più o meno profondi i rapporti intergenerazionali fra adulti e giovani, fra genitori e figli, fra educatori ed educandi e, con essi, anche le umane convivenze.
