Andrea Venanzoni, Università degli Studi Roma Tre
‘La repubblica tecnologica’, il libro scritto dal CEO di Palantir, Alex Karp, è uno dei libri più importanti degli ultimi anni. ‘Ambizioso come un trattato di filosofia politica’, lo ha descritto il Wall Street Journal. Nonostante sia stato pubblicato anche in Italia, da noi ha avuto minore circolazione e ha suscitato scarso dibattito: cosa questa che spiega, almeno in parte, la furiosa polemica suscitata dal post sui social con cui Palantir ha redatto un sunto, in ventidue punti, dei concetti espressi nel volume. Infatti, la sorpresa e l’idea di trovarsi davanti un ‘manifesto politico’, piuttosto che davanti pillole concettuali estratte dal testo, hanno animato un dibattito inquinato e totalmente avulso dalla sostanza dei fatti. Ma chi è Alex Karp? In questi giorni, è stata edita anche in Italia la biografia che Michael Steinberger ha dedicato all’amministratore delegato della controversa società con sede da poco trasferita a Miami, ‘Il filosofo nella Valley’. E quella biografica è una ottima chiave di lettura per gettare rivelatoria luce sulle idee, sulle aspirazioni e sulla visione del mondo di un imprenditore decisamente sui generis e su una società ormai diventata spina dorsale dell’amministrazione americana. Nato a New York ma cresciuto a Filadelfia, in un ambiente cosmopolita, progressista e incline alla cultura e al dibattito, Alexander Karp è figlio di una coppia mista, madre di colore e padre ebreo. Diventa così epitome ontologica della minoranza e sviluppa una sensibilità molto attenta contro discriminazioni e contro la violenza. Frequenta ottime scuole, si laurea in giurisprudenza a Stanford, dove conosce Peter Thiel. I due legano molto, nonostante le loro idee si situino agli estremi opposti. Conservatore e libertario Thiel, progressista post-marxista Karp. Nonostante questo, la loro scarsa propensione per le relazioni sociali, la voracità compulsiva con cui leggono e la voglia di lasciare un segno nel mondo li portano a sviluppare un sodalizio che è arrivato fino ai giorni nostri. Karp, non pago della laurea e come Thiel disgustato dall’idea di svolgere la professione forense, si imbarca per la Germania, senza nemmeno conoscere la lingua. Senza lasciarsi scoraggiare la apprende in pochi mesi e sottopone una richiesta di ammissione al dottorato in teoria sociale presso l’Università di Francoforte. Qui studia sotto la guida di Karola Brede, sociologa post-freudiana, conosce personalmente Jürgen Habermas, col quale si confronta in prospettiva intellettuale. La sua tesi di dottorato, che mescola Talcott Parsons, René Girard, il Theodor Adorno de ‘Il gergo dell’autenticità’, verte sull’antisemitismo secondario e sul lessico della violenza. Karp è sconvolto da come spesso le parole si trasformino in dispositivi di aggressione e di come, sovente, nel cuore latente della società alberghino istinti brutali. Nonostante la storica Moira Weigel legga in questa tesi una sorta di anticipazione degli scopi di Palantir, la ricostruzione appare eccessiva. Nel 2005, contro qualunque pronostico, Thiel propone Karp come amministratore delegato di Palantir. Non ha esperienze informatiche o di natura tecnica, non è nemmeno un esperto di finanza, a parte qualche trascorso di trading: ma Karp ha una caratteristica quasi unica, la capacità di semplificazione estrema di temi e problemi complessi. Diventa un venditore eccezionale dei complessi e oscuri servizi di Palantir, modellando la società a sua immagine e somiglianza. Le lettere che invia ogni sei mesi agli azionisti somigliano a trattati filosofici, in cui le prospettive di crescita azionaria si combinano con Sant’Agostino, lo scontro di civiltà di Huntington, Girard. ‘La repubblica tecnologica’, e i ventidue punti che ne sono stati estratti, rappresentano in maniera perfezionata la visione di Karp: la Silicon Valley deve tornare alla sue reali radici militari, rigettando una masochistica e sterile prospettiva pro-consumeristica, l’intelligenza artificiale è la nuova arma atomica e la corsa che si sta celebrando su di essa è la nuova guerra fredda, l’occidente, piaccia o non piaccia ammetterlo, ha sviluppato una civiltà e una cultura differenziati rispetto il resto del mondo e va difeso dai nemici interni ed esterni. Concetti indigesti per la sensibilità comune, dopo decenni di egemonia progressista e terzomondista, ma un monito potente, alla luce di quanto Palantir è divenuta centrale per molti governi, per quello americano, certo, ma anche per quelli di molti Paesi europei.

