Roberto Chiarini, già ordinario di Storia Contemporanea all’Università Statale di Milano
Sono passati più di ottant’anni dalla Liberazione, eppure la memoria della Resistenza non si è ancora pacificata. Siamo alla terza generazione del dopoguerra, eppure quella memoria non si è ancora ricomposta. Basterebbe questa constatazione per mettere in evidenza che non si è avvalorata come memoria condivisa quella offerta dall’antifascismo egemone, quello cosiddetto militante. Memoria condivisa dell’atto di nascita della Repubblica, reclamata da molti: almeno da quanti la considerano la condizione-base per il suo consolidamento democratico, possibile solo se gli attori politici si sentono partecipi della stessa comunità di destino.
In fondo la scelta del 25 aprile, ricorrenza dell’insurrezione generale, come festa della “nazione democratica” (pur se in alternativa e a scapito del 2 maggio, politicamente più neutra perché evocativa genericamente della sola cessazione della guerra) fu quanto mai felice. Si prestava ad impostare una memoria nella quale potessero riconoscersi tutti; tutti ovviamente salvo gli ex e neo-fascisti determinati a non riconoscere la legittimità morale, prima ancora che politica, della Repubblica. La sfida per la cultura democratica era allora – e, purtroppo, in certa misura continua ad essere oggi – l’approntamento di una memoria capace di interpretare, e quindi di integrare, un fronte di sensibilità, di orientamenti, persino di identità così largo da assicurare una base di legittimità e di consenso alla Repubblica più estesa e più solida di quel che si riuscì effettivamente ad attuare.
Sulla carta, s’è detto, non ne mancavano le possibilità. Fissando nella stessa data la festa per la cessazione del conflitto mondiale e per la liberazione dal fascismo, si era in fondo già posta la prima pietra per saldare nella memoria la Resistenza con la pacifica e libera convivenza ristabilita. Si era istituito infatti implicitamente il doppio abbinamento fascismo=guerra e antifascismo=pace addebitando sul conto del regime l’avventata scommessa bellica da esso compiuta e, con questa, le disastrose conseguenze derivatene.
L’Italia postfascista aveva a portata di mano la scorciatoia che le permetteva di far incontrare “l’Italia nata dalla Resistenza” con “l’Italia uscita dalla sconfitta”. Bisognava però che l’antifascismo non si facesse “militanza di partiti”, ma valorizzasse quel “significato morale di una resistenza diffusa che – ha affermato Pietro Scoppola – fu evento corale di tutta la nazione” in modo che “si sciogliesse in un più alto senso di cittadinanza democratica”.
Per tradursi in ricordo largamente partecipato, la memoria della Resistenza avrebbe dovuto espungere da sé la carica di rottura che nel vissuto dei suoi partecipanti non poteva non essere ben presente ed operante. Avrebbe dovuto in altre parole ricomprendere nella categoria di Resistenza, accanto a quella “armata”, anche quella “disarmata”; recuperando dall’oblio quel largo fronte fatto di internati militari, di deportati, di internati, di renitenti, di disobbedienti a vario titolo della repubblica di Salò nonchè i civili che avevano condotto la loro “resistenza passiva” aiutando vuoi soldati italiani sbandati, vuoi prigionieri inglesi o americani fuggiaschi, vuoi ebrei ricercati o sfollati di ogni tipo.
L’esclusione consumata non è stato un dato meramente quantitativo, pur se già di per se stesso altamente significativo. Furono 600.000 infatti i soldati italiani catturati dai tedeschi (degli 800.000 totali) che si rifiutarono di farsi inquadrare nei ranghi del Reich e, ragionevolmente, furono milioni i familiari che con loro, per ovvie ragioni di solidarietà se non altro affettiva, furono solidali. Furono migliaia i militari inquadrati nelle file dell’esercito fedele al Regno del Sud. Imprecisabile ma preponderante fu il mondo popolare che, se non aderì alla guerra di Liberazione, animò comunque una sua “guerra” alla guerra fascista. Non si è cercato insomma di elaborare una memoria della Resistenza, allargando il più possibile il suo spettro fino a comprendere le più diverse, molteplici esperienze, coeve o passate, assimilabili in maniera tale da arricchirne le matrici ideali e le culture di riferimento. Il richiamo ideale istituito tra la lotta di liberazione e l’antifascismo dei “pochi ma buoni” che nel corso del ventennio non si erano piegati al regime è stata la scelta più rivelatrice da questo punto di vista. Esso infatti ha avvolto, sì, di un alone di eroismo le sue scaturigini, ma ha finito per corroborare l’idea che la Resistenza, lungi dall’essere stata la scelta “della libertà con e oltre l’antifascismo”, avesse comportato una consapevolezza ed una moralità inevitabilmente di “pochi”. Pochi contrapposti ai “molti” da sempre proclivi ad ottemperare alla morale perbenistica e qualunquistica del “quieto vivere”. Insomma, invece di cercare il minimo comune denominatore tra le varie forme, ispirazioni e culture della Resistenza, invece di scongiurare il pericolo che l’elitismo si traducesse in minoritarismo, che l’invettiva contro l’inclinazione gregaria e autoritaria dell’italiano sfociasse nell’”ideologia dell’anti-italiano”, si è distillata la purezza morale dell’ispirazione: quell’unicum che le ha dato davvero prima la vita, dopo la forza e a guerra conclusa la proiezione verso il futuro. Anche a costo di relegare la maggioranza – bollata, non a caso, spregiativamente “zona grigia” – nel limbo dell’ignavia in quanto colpevole di lasciarsi ispirare da sentimenti di “avidità, egoismo, persino nostalgia”. Anche a costo di precludersi la possibilità di integrarla nella nascente democrazia, tanto più di rappresentarla. E’ questo il limite che resta da superare se si vuole passare davvero dalla memoria di una parte, per quanto nobile, a una memoria condivisa, che potremmo anche chiamare memoria inclusiva per la sua capacità di integrare potenzialmente tutti nelle istituzioni democratiche e di non escludere nessuno, salvo ovviamente i suoi nemici.

