Federico Poggianti, Ricercatore di Storia Contemporanea presso Unipegaso
Sorprende e, per certi versi, intristisce l’impoverimento del dibattito storiografico che circonda il 25 aprile. Ogni anno, infatti, sembra ripetersi una sorta di “rituale repubblicano”, percepito da una parte della popolazione come una sorta di autodafé democratico. Col passare del tempo, il tutto sembra sempre di più risolversi in uno sforzo di preservare la memoria di una data fondamentale nel passaggio alla vita democratica del nostro Paese nella forma di un appuntamento cristallizzato nel tempo, sempre uguale a sé stesso eppure, col passare delle generazioni, sempre più fragile. Il 25 aprile si scontra, infatti, con quella crisi della Storia che travolge la nostra consapevolezza collettiva e colpisce ogni aspetto.
In questo quadro, può essere utile tornare a una riflessione che, già alla fine degli anni Ottanta, aveva colto alcuni nodi destinati a riemergere nel tempo. Cogliendo l’occasione del trentennale della morte del più importante storico del fascismo, Renzo De Felice, ritengo sia interessante riprendere uno dei passaggi più divisivi, che stimolò un vasto dibattito sull’eredità del 25 aprile. Tenterò di farlo partendo da due famose, e spesso dimenticate, interviste al Corriere della Sera del 27 dicembre 1987 e del 7 gennaio 1988. Queste rappresentarono il punto centrale di una riflessione che, da allora, non sembra aver mosso significativi passi in avanti. Lo storico, in un colloquio con Giuliano Ferrara, partendo da un dato di cronaca politica – l’incontro riservato tra Craxi e Fini sulle riforme istituzionali – apriva ad una riflessione più profonda e articolata: con la scomparsa della vecchia guardia fascista del MSI, venivano infatti meno le pregiudiziali politiche che avevano determinato l’esclusione di quel partito dall’arena repubblicana. Di conseguenza, continuava De Felice, si rendeva necessaria una riflessione ulteriore riguardo alla permanenza, nella Costituzione, delle norme che vietano la ricostituzione del Partito fascista. L’antifascismo alla base della nascita della Repubblica rappresentava, infatti, un elemento contingente, superato dalla realtà dei fatti, come dimostrato dalla sopravvivenza stessa di parte consistente dell’apparato statale fascista, in una veste democratizzata. Lungi dall’essere quindi un elemento politico fondante, l’antifascismo rappresenta una forma di «pigrizia ideologica» che aveva finito con il produrre un quarantennale logoramento della classe dirigente nazionale. In buona sostanza, il punto centrale che possiamo leggere in filigrana è che la contrapposizione tra fascismo e antifascismo è ciò che ha contribuito a fornire dopo il 1945 una legittimazione pienamente democratica al Pci, ben presto schiacciato dal bipolarismo proprio della guerra fredda comunismo-anticomunismo. Tuttavia, continuava De Felice, era proprio l’attenuarsi di questo conflitto ideologico – vale ricordare che siamo nel 1987 – che mostrava come anche l’altra alternativa, quella tra fascismo e antifascismo, avesse esaurito la propria funzione storica. Il mancato riconoscimento di queste mutate circostanze politiche, continuava lo storico, era ciò che condannava la Costituzione ad essere inchiodata a ciò che definiva un «dogma insincero».
L’articolo sollevò un vivace dibattito, che si sviluppò nei giorni successivi. Si schierarono a favore o contro le posizioni di De Felice alcuni degli intellettuali più importanti del panorama nazionale e numerosi politici, tra cui Giulio Andreotti. Ciò che merita di essere menzionato non furono tanto le posizioni a difesa dello storico reatino – Ernesto Galli della Loggia ribadì che fondare la legittimazione di uno Stato liberal-democratico sull’antifascismo era concettualmente sbagliato, osservando che anche lo stalinismo si era presentato come antifascista, e sostenne che De Felice si era limitato a «smantellare un’ipocrisia» – quanto la reazione degli intellettuali di sinistra. Norberto Bobbio rispose con un breve articolo in cui ribadiva che democrazia e fascismo erano, di base, due sistemi non comparabili. Paolo Spriano, uno dei più importanti storici comunisti, autore della monumentale Storia del partito comunista italiano, scrisse invece un lungo articolo nel quale contestava l’idea che il logoramento della classe dirigente italiana derivasse dall’essere prigioniera dell’ispirazione antifascista; al contrario, era stata proprio questa a salvare la Repubblica dalle tensioni della guerra fredda e dal terrorismo. La chiosa rappresentava plasticamente quello che sarebbe diventato il dogma della storiografia nazionale nei decenni successivi: il revisionismo storico avrebbe potuto soltanto alimentare scetticismo e sfiducia nella democrazia.
Le polemiche non accennarono a placarsi: il 7 gennaio 1988, sempre a Ferrara, lo storico rilasciò una nuova intervista sul Corriere della Sera, nella quale sottolineava ulteriormente il proprio punto di vista. Tornava a contestare l’idea che l’antifascismo potesse essere considerato un elemento utile a connotare una democrazia liberale. Ciò che lo aveva stupito, tuttavia, non era l’accento rozzo o basso della polemica – al quale, suo malgrado, lo storico era ben abituato – quanto «certi toni pigri e ripetitivi». Era sorpreso, infatti, che la difesa veemente delle norme sul divieto di ricostituzione del Partito fascista venisse da quella stessa classe dirigente che, nei decenni, non aveva fatto praticamente nulla per applicarle (il riferimento, qui, sembrava essere proprio ad Andreotti, il quale, in un articolo dai toni ellittici, si era schierato a difesa del divieto). Ciò che, tuttavia, rappresenta il punto più alto della riflessione di De Felice era l’idea che la caduta della copertura ideologica fornita dall’antifascismo avrebbe imposto ai partiti una seria riflessione storica sulle rispettive tradizioni politiche. L’opposizione fascismo–antifascismo rappresentava quindi un argine ad una riflessione condivisa sui valori fondanti una moderna liberaldemocrazia, che le forze politiche non erano ancora pronte ad affrontare. Ancora di più, insisteva lo storico con parole di disarmante lucidità ed attualità, il concentrarsi esclusivamente sull’antifascismo avrebbe comportato il suicidio della nostra democrazia la quale, presa dall’inseguire perennemente fantasmi ideologici, non sarebbe stata in grado di comprendere quali fossero i suoi nuovi nemici e in quali forme si sarebbero manifestati.
Come è accaduto per larga parte del pensiero di De Felice, lo storico aveva posto problematiche che anticipavano i tempi. Dopo una finestra di riflessione pubblica che ha avuto il proprio culmine politico nel discorso di insediamento a Presidente della Camera dei deputati di Luciano Violante nel 1996, la memoria pubblica ha conosciuto una progressiva erosione, attestandosi sempre più nel ridotto del dualismo fascismo-antifascismo. Il venir meno, infatti, della dimensione ideologica di contrapposizione comunismo-anticomunismo ha serrato le file del dibattito pubblico su di un tema che è rimasto scolpito nell’idea che su di esso si fondi la costituzione repubblicana. Il punto centrale, colto proprio da De Felice nelle sue interviste, è che la Costituzione, in questo modo si trasforma in un monumento, in un reperto archeologico: ben lontana, quindi, dall’essere quella materia viva, in grado di fornire le basi di civile convivenza in una prospettiva futura. Fare i conti con questa realtà significa riconoscere fino in fondo una frattura storica che non è mai stata completamente ricomposta: una guerra civile che continua a proiettare i suoi effetti nel presente. Non per dimenticare, ma per restituire alla storia un’esperienza tragica, conclusasi con una rovinosa disfatta e indicibili lutti, e ricondurla finalmente entro una consapevolezza condivisa.

