I solidi argomenti della legge sull’educazione sessuo-affettiva

Anna Maria De Luca, psicologa e dirigente scolastico

L’approvazione al Senato della legge sull’educazione sessuo-affettiva, o del cosiddetto “consenso informato”, ha  suscitato reazioni accese e contrastanti. I suoi critici la dipingono come un passo indietro culturale, un ostacolo alla formazione dei giovani, persino una minaccia per i ragazzi LGBTQ+. I sostenitori la presentano come una doverosa restituzione di sovranità educativa alle famiglie. In mezzo a questo dibattito spesso ideologico, vale la pena fermarsi a ragionare su un piano diverso: quello della psicologia dello sviluppo, della pedagogia e della scienza della comunicazione. Fatto questo, emergono argomenti solidi a favore dell’impianto della legge.

La psicologia dello sviluppo

La psicologia dello sviluppo, da Jean Piaget a Erik Erikson, fino alle ricerche più recenti di Lawrence Steinberg sullo sviluppo adolescenziale, insegna una cosa fondamentale: la mente dei bambini e dei ragazzi non è una versione ridotta di quella degli adulti. Essa si trova in fasi precise di costruzione cognitiva ed emotiva, e certe informazioni — per quanto scientificamente corrette — possono risultare destabilizzanti se introdotte in momenti dello sviluppo in cui il bambino non dispone ancora degli strumenti cognitivi per integrarle.

Erikson descriveva la fase della latenza (6–12 anni) come un periodo in cui il bambino è impegnato soprattutto nell’acquisizione di competenze pratiche e sociali, nella costruzione dell’identità attraverso il fare e l’appartenenza al gruppo. La sessualità, in questo stadio, è presente ma si esprime in forme implicite e non è ancora al centro della costruzione identitaria. Introdurre in questa fase concetti complessi legati all’identità di genere come oggetto di dibattito — specialmente se proposti da soggetti esterni alla famiglia e alla scuola, senza un quadro di riferimento condiviso — può generare confusione anziché consapevolezza.

Il divieto per le scuole dell’infanzia e primarie stabilito dalla legge Valditara non è dunque un gesto di oscurantismo: è coerente con il concetto di “readiness” cognitiva ed emotiva, ovvero la necessità che l’intervento educativo sia calibrato sulla maturità effettiva del destinatario. Anticipare certi temi rispetto alle fasi evolutive non porta necessariamente a maggiore consapevolezza: può invece caricare il bambino di ansie che non sa dove collocare.

Il consenso informato richiesto dalla legge Valditara non serve a censurare i contenuti: serve a garantire che i genitori siano parte attiva del processo, che possano prepararsi al dialogo con i figli, che possano integrare ciò che avviene in classe con il proprio contesto familiare e valoriale. Questo è esattamente ciò che la psicologia sistemica e familiare raccomanda da decenni.

Il problema della qualità degli interventi

Uno degli aspetti più sottovalutati nel dibattito sulla legge è quello relativo alla qualità degli interventi. Prima della nuova normativa, nelle scuole italiane si svolgevano spesso attività su sessualità e identità di genere condotte da associazioni esterne, in molti casi senza criteri di accreditamento precisi e senza una supervisione metodologica strutturata.

Dal punto di vista psicologico, questo è un problema serio. I temi dell’identità di genere, della sessualità, dell’orientamento affettivo sono argomenti che richiedono una preparazione specialistica: non è sufficiente avere esperienza personale o una visione del mondo progressista. Occorrono competenze in psicologia dello sviluppo, in comunicazione con i minori, in gestione dei conflitti emotivi che questi temi possono evocare.

Lo stesso ministro Valditara ha chiarito che “certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri”. La legge non esclude gli esperti: li vincola a standard di qualità. Questo è un progresso, non una regressione. In psicologia clinica esiste il concetto di “do no harm” — non arrecare danno — che deve guidare ogni intervento su popolazioni vulnerabili, inclusi i minori. Un intervento mal calibrato, ideologicamente orientato o condotto da professionisti privi delle competenze adeguate può fare danni reali, specialmente su ragazzi già fragili.

La soluzione al problema dei genitori che non sanno dialogare con i figli su questi temi non è aggirare i genitori, ma formarli e coinvolgerli. La legge Valditara, richiedendo il loro consenso esplicito, li rende responsabili e consapevoli, li costringe a interrogarsi sul tema. È un approccio che valorizza la responsabilità familiare anziché svuotarla.

Educazione al rispetto

La legge Valditara non si limita a porre vincoli. Per la prima volta in Italia, rende stabilmente obbligatoria in tutti i gradi scolastici l’educazione al rispetto, alle relazioni e all’empatia. Si tratta di un’introduzione rilevante, che risponde a una lacuna reale nel sistema educativo italiano.