Il memorandum USA-Iran. Chi vince e chi perde

Domenico Rossi, Generale, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito

In data 18 giugno dopo circa quattro mesi di conflitto è stato firmato tra USA e Iran un memorandum, facilmente reperibile presso vari siti. Per potere esprimere un giudizio su quest’ultimo occorre innanzi tutto chiedersi quale è il vero motivo che ha portato gli Stati Uniti a condurre una azione offensiva così massiva contro l’Iran.

La motivazione ufficiale è il timore che l’Iran potesse arrivare a produrre un ordigno nucleare con rischio primario per Israele ma anche in generale per il mondo occidentale. E’ però possibile ipotizzare l’esistenza di altri obiettivi strettamente connessi e di tipo sia politico che militare: favorire il crearsi di una governance democratica e smantellare l’apparato di sicurezza iraniano, ridurre/annullarne le capacità militari e soprattutto  missilistiche, indebolire i proxy ovvero Hezbollah, Hamas, gli Houthi, le milizie in Iraq e Siria.

Una seconda domanda riguarda invece che tipo di classificazione dare a questa azione americana/israeliana visto che Washington e Gerusalemme hanno inquadrato le loro offensive come una guerra preventiva e un’azione di difesa per neutralizzare minacce imminenti e impedire all’Iran di sviluppare l’arma nucleare mentre ovviamente l’Iran classifica queste azioni come un’aggressione armata illegale e non provocata, che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale.

A mio avviso l’azione va in realtà inquadrata nell’ambito di un conflitto sistemico di lungo periodo per il controllo strategico ed energetico del Medio Oriente, nel cui interno Israele e Turchia sono stati attivati come attori regionali con ruoli differenti ma complementari.

Ecco allora che si può desumere che gli obiettivi sopra indicati non sono obiettivi autonomi, ma sono stati individuati all’interno di una strategia più ampia volta a diminuire la capacità dell’Iran di assumere/mantenere un ruolo di potenza regionale ovvero di riferimento per altri Paesi del Medio Oriente. In questo contesto l’attacco effettuato appare più comprensibile  visto che un Iran meno forte militarmente, economicamente e politicamente isolato e strutturalmente instabile rappresenterebbe un grande risultato.

Occorre inoltre riflettere sul fatto che l’attacco ha probabilmente un obiettivo più strategico, se visto nell’ambito di una competizione globale e strettamente connesso anche con la recente esfiltrazione del Presidente Maduro dal Venezuela, ovvero l’indebolimento dell’asse russo-cinese. Basti pensare che la Russia specie nella fase iniziale del conflitto con l’Ucraina ha  utilizzato droni iraniani in Ucraina e che la Cina ha una gran parte dei suoi rifornimenti energetici che provengono dall’Iran. Colpire l’Iran ha significato quindi colpire indirettamente i due potenziali avversari. Ecco allora che esaminare il memorandum appena firmato alla luce dei contenuti ma soprattutto alla luce degli obiettivi previsti o presunti può  assumere un significato diverso da una lettura analitica dei vari punti.

In termini iniziali sicuramente non si può non apprezzare che sia stata stabilita la cessazione ‘immediata e permanente’ delle operazioni militari ‘su tutti i fronti’, compreso il Libano nonché il fatto che le parti si siano impegnate a non avviare guerre o operazioni militari l’una contro l’altra, a non ricorrere all’uso della forza e a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale reciproche.

Peraltro se pensiamo al fatto che mai l’Iran avrebbe potuto costituire una minaccia reale per gli USA quanto previsto appare favorevole a Teheran. Il memorandum infatti rappresenta una garanzia per l’Iran contro pressioni esterne sul regime nonché può essere letto come un segnale di arretramento del sostegno americano alle proteste interne al regime. Inoltre l’Iran può farsi forza sull’accordo per riprendersi il suo ruolo di credibilità e di protettore verso Hezbollah.

Pongo inoltre in evidenza che, per come appare interpretabile, il memorandum sembrerebbe indicare la diminuzione delle sanzioni oggi esistenti, con una tempistica da fissare nell’accordo finale. A tal fine prevede deroghe immediate per l’export di petrolio e prodotti petrolchimici, la riapertura dei canali bancari, assicurativi e di trasporto, lo sblocco progressivo ancorchè parziale dei beni congelati. In più pare quasi paventare una specie di piano Marshall per compensare i danni e facilitare ricostruzione e sviluppo dell’Iran.

Previsioni che indubbiamente si traducono in tangibili benefici solo per l’Iran.

Grande attesa vi era nel mondo per le previsioni dell’accordo relative all’aspetto principale da trattare ovvero il nucleare, ma di fatto il memorandum attuale è solo un grande «rinvio». Questo perché da un lato  Teheran si impegna a non procurarsi o sviluppare l’ordigno nucleare ma dall’altro, il destino del materiale arricchito, i limiti futuri e il regime delle ispezioni vengono spostati all’accordo finale. Il testo non indica in modo chiaro nemmeno se l’uranio arricchito verrà trasferito fuori dall’Iran. In sostanza non c’è traccia dello smantellamento del programma nucleare iraniano, a cui gli americani tendevano fin dal primo bombardamento.

Anche per quanto concerne obiettivi come l’eventuale cambio di governance e l’indebolimento sia dell’apparato di sicurezza sia dell’apparato militare si deve ammettere che nessun traguardo sostanziale sia stato raggiunto ne’ si trova traccia di ciò nel memorandum.

L’Iran  è riuscito a resistere a due potenze e ad assorbire i molteplici attacchi condotti su leadership, siti militari, infrastrutture. Ha dimostrato di saper rigenerare nel breve la leadership decapitata e di possedere capacità militare ed intelligenza strategica sia nella scelta degli obiettivi da colpire nei Paesi del Golfo sia nell’incidere attraverso la chiusura dello stretto di Hormuz sull’economia mondiale.

In sostanza, la Repubblica islamica invece di collassare sembrerebbe politicamente essersi rafforzata, anche perché non c’è più traccia evidente della consistente protesta interna precedente, e militarmente non è stata sconfitta ma anzi firma il memorandum con una deterrenza dimostrata sul campo e di fatto con una centralità sotto un profilo regionale riaffermata. Fuori dall’intesa tra l’altro rimangono l’arsenale missilistico di Teheran e i legami con i proxy.

Anche per quanto concerne lo stretto di Hormuz si assiste a una specie di compromesso senza ne vinti ne vincitori visto che gli Usa leveranno il blocco navale a fronte della prevista rimozione iraniana di mine e ostacoli vari ovvero della ripresa delle rotte mercantili tra Golfo Persico e Mare di Oman. Tra l’altro è previsto che il transito sia “senza costi” per 60 giorni ovvero fino all’accordo definitivo e non è indicato chiaramente se il passaggio resterà gratuito anche dopo quel periodo. Al contrario, è previsto che  che l’Iran apra un dialogo con l’Oman e con gli altri stati rivieraschi del Golfo per definire la futura amministrazione dello Stretto e i servizi marittimi, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti sovrani degli stati costieri.

Una riflessione almeno al momento amara: al massimo nello stretto di Hormuz avverrà il  ripristino della situazione esistente prima dell’attacco americano.

Per ultimo merita sottolineare che è previsto che l’accordo finale venga blindato da una risoluzione vincolante dell’ONU. Una previsione sicuramente voluta dall’Iran in quanto ritenuta tutelante.

In sintesi, il regime iraniano esce dalla guerra quasi rinforzato mentre gli Stati Uniti, al momento possono mettere sul piatto della bilancia solo un cessate il fuoco, la riapertura di Hormuz e sessanta giorni di tempo per provare a ottenere qualcosa di veramente concreto sul nucleare.

Una finestra temporale che al momento vieta di esprimere un giudizio definitivo sul memorandum ma che qualora non potesse essere rispettata dalla diplomazia ovvero non portasse ad un risultato concreto può aprire  un nuovo scenario fatto ancora di annunci, minacce reciproche, ricatti all’economia mondiale se non a nuove e più cruente ostilità.