«Broken Britain». Le dimissioni di Starmer e le inquietudini profonde della società britannica

Alessandro Tira, Professore di Diritto della Religione all’Università di Bergamo

Lunedì 22 giugno 2026 Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni dagli incarichi di Primo Ministro del Regno Unito e leader del Partito laburista. Solo due anni prima era approdato al 10 di Downing Street sull’onda di una discreta legittimazione elettorale, in un contesto però segnato da una crisi politica che si sta rivelando sempre più estesa e profonda. All’indomani del 4 luglio 2024 i giornali italiani (e non solo) salutavano l’esito delle consultazioni politiche generali con titoli come «Trionfo laburista», «I Laburisti hanno stravinto le elezioni nel Regno Unito», «Schiacciante vittoria del Partito Laburista». In effetti tale fu sul piano della rappresentanza parlamentare, ma non su quello del radicamento del voto. Da allora il Labour governa con una base di consenso sociale debole, corrispondente a circa un terzo dei voti validamente espressi dall’elettorato. Nella storia britannica è il risultato più basso per un partito che abbia conquistato una maggioranza assoluta dei seggi.

Ciò è stato possibile per effetto del sistema maggioritario uninominale a turno unico («first past the post»: nel gergo ippico, «il primo che taglia il traguardo»), che ha trasformato un vantaggio elettorale chiaro ma contenuto in una larga messe di seggi, essenzialmente a discapito del Partito conservatore. I dati elettorali delle principali forze politiche rendono evidente la scollatura. Con poco più di 9 milioni e 700mila voti, i Laburisti hanno ottenuto il 33,7% di consenso elettorale e 412 dei 650 seggi complessivamente in palio; i Conservatori, con circa 6 milioni e 800mila (pari al 23,7%), soltanto 121 seggi, ossia meno di un terzo dei Laburisti. Il meccanismo diventa addirittura paradossale se si considerano i dati delle altre due principali formazioni elettorali del 2024. I redivivi Liberal-democratici, con poco più di 3 milioni e mezzo di voti (12,2%) hanno ottenuto ben 72 seggi, mentre il Reform UK di Nigel Farage, pur avendo ricevuto oltre 4 milioni e 100mila voti (14,3%), ne ha conquistati soltanto 5. Si aggiunga a tutto questo il dato dell’affluenza alle urne, che con il 59,7% dei voti espressi risulta la seconda più bassa (dopo la tornata del 2001, che registrò il 59,4%) dall’introduzione del suffragio universale, nel 1928.

Questa noiosa rassegna di numeri spiega che cosa stia succedendo all’ombra del Big Ben. Starmer paga oggi il prezzo della vittoria di plastica del 2024 e non sorprende che, più che di specifici fatti politici, la sua resa sia il risultato di dinamiche interne al Partito laburista. Sono in verità molti i fattori che, nei due anni trascorsi, hanno composto l’immagine di una leadership debole, votata a una linea più tecnocratica che moderata. Starmer, nell’ultimo anno, è apparso sempre più indeciso tra parole d’ordine di volta in volta invise a sinistra (rigore in materia di immigrazione, tetti ai sussidi pubblici) e a destra (enfasi sulla transizione energetica, aumento della pressione fiscale). È stato inoltre lambito da alcuni scandali mediatici, invero poco consistenti, come quello scaturito dalla nomina ad ambasciatore negli USA di Peter Mandelson, vicino al finanziere Jeffrey Epstein. Nemmeno le ripetute bordate di Donald Trump hanno sortito per la popolarità di Starmer l’effetto tonificante che quasi ovunque nel resto del mondo sembrano avere.

Il punto è che, potendo contare sull’appoggio effettivo di un solo elettore su cinque nel Paese reale, il medesimo sistema che nel 2024 ha consegnato al Labour una debordante maggioranza in Parlamento rischia, alle prossime elezioni, di funzionare in senso opposto, soprattutto se il partito restasse in mano a una leadership debole e in rapido logoramento. Non è un caso che la crisi si sia aperta con le elezioni amministrative del 7 maggio 2026, le quali hanno fatto venire al pettine molti nodi. Sia perché hanno mostrato un discreto recupero dei Conservatori e una vera esplosione di consensi per il Reform UK di Farage (che ha ricevuto ampi travasi di voti direttamente da sinistra, soprattutto nelle ex aree operaie bianche del Nord e delle Midlands). Sia, per altro verso, mostrando la preoccupante tendenza dell’elettorato progressista a fuoriuscire dai canali del partito, in particolare verso formazioni più radicali, quali i Verdi e, in questa occasione, molti indipendenti pro-Pal che contestano il Governo per le scelte di politica internazionale. A ciò si affianca una crescente frammentazione del voto urbano, in particolare nelle aree con forte presenza di minoranze etniche e specialmente musulmane, che tendono ormai a dar vita a realtà rappresentative con fisionomie autonome rispetto al laburismo in cui hanno trovato accoglienza politica in una prima fase. Come è stato osservato dai sociologi (Tariq Modood e altri), forse il cambiamento strutturale più importante degli ultimi anni, e che le recenti elezioni amministrative hanno confermato, non è tanto la pur crescente consistenza numerica degli eletti di musulmani, ma la nascita di un elettorato islamico molto più autonomo e pronto a rompere la tradizionale (ma non per questo immutabile) identificazione con il Partito laburista.

È sul piano dei rapporti tra comunità che si innestano molte delle tensioni più forti che la società britannica attraversa oggi e che, se non chiaramente espresse e debitamente affrontate, minacciano non solo di allontanare ancor più società e sistema politico-istituzionale, ma anche di trascendere in disordini sociali del tipo di quelli verificatisi nel 2024 e 2025. Al punto che lo stesso Carlo III, rivolgendosi alle sue nazioni nel tradizionale Christmas broadcast di fine anno, per bendue volte ha evocato gli scontri che hanno contrapposto gruppi di immigrati e comunità locali. Nel 2024, volgendo il discorso al positivo secondo lo stile che contraddistingue la sua presenza pubblica, il sovrano affermò di aver provato «un profondo senso di orgoglio qui nel Regno Unito quando, in risposta alla rabbia e all’illegalità che hanno colpito diverse città quest’estate, le comunità si sono unite non per ripetere quei comportamenti, ma per riparare. Riparare non soltanto gli edifici, ma anche le relazioni». Nel 2025 non ha citato gli scontri e i disordini anti-immigrazione, ma parlando di riconciliazione, unità nazionale, dialogo, responsabilità reciproca e dell’importanza di «tirare tutti nella stessa direzione» in un periodo di incertezza, con un lessico tipicamente monarchico, ha di nuovo condotto il discorso su un tema altamente sensibile senza entrare nel dibattito politico.

L’importanza di questi riferimenti si comprende meglio se si abbandonano le lenti deformanti con cui spesso si guarda al Regno Unito dalla prospettiva continentale, tutta tesa ad auscultare ogni sussulto economico e a ricondurlo agli effetti a lungo raggio della Brexit. L’opinione pubblica britannica concede ben poco spazio – quantomeno fuori dalla città-stato che è ormai Londra – alla questione dei rapporti con Bruxelles o a stati d’animo di «Bregret» (il rimpianto – «regret» – per la fuoriuscita dall’UE). Viceversa, si rinviene costantemente al primo posto delle preoccupazioni il problema dei costi della vita, la pressione fiscale, la crescita economica (debole, ma non troppo lontana dagli andamenti dell’Eurozona), fiducia nelle istituzioni, immigrazione e integrazione. Soprattutto, una questione che anima sempre più il dibattito è quella che concerne la qualità e i costi dell’NHS, il servizio sanitario pubblico. Un servizio essenziale, soggetto però da anni a costanti tagli nel finanziamento e all’introduzione di crescenti vincoli di bilancio. Il quadro fa da catalizzatore di tensioni tra le fasce della popolazione più esposte al bisogno sociale e dunque nella necessità di affidarsi al servizio pubblico. Come è facile immaginare, è qui – oltre che nell’accesso agli altri servizi di welfare – che si creano le maggiori frizioni tra la working class anglosassone e le comunità di immigrati, mediamente più povere. Né sorprende che su questi temi Nigel Farage e, ancor più a destra, movimenti nazionalisti come quello di Tommy Robinson acquisiscano facilmente consensi.

Un episodio recente ha mostrato con chiarezza esemplificatrice i fili sottili che legano le dimensioni problematiche dell’immigrazione, dell’integrazione, dell’accesso ai servizi e dei costi sociali. Il 10 dicembre 2024 Richard Holden, deputato conservatore, già ministro dei Trasporti e Chairman del partito alla Camera dei Comuni, ha presentato una proposta di legge di iniziativa personale intitolata Marriage (Prohibited Degrees of Relationship) Bill. Il progetto, ancora in discussione, si propone di introdurre in Inghilterra e Galles un divieto assoluto di matrimonio tra cugini primi e ha innescato un’ampia polemica, perché intreccia sanità pubblica, libertà individuali, integrazione delle minoranze e rapporti interculturali. La questione è sorta perché, per un’usanza culturale che risulta ancora piuttosto praticata in particolare nelle comunità pakistane e bengalesi, i matrimoni tra primi cugini hanno una certa diffusione, il che espone la prole a rischi elevati di malattie genetiche recessive ed ereditarie (specialmente se la pratica è protratta per più generazioni). Per questo Holden ha dichiarato che «il matrimonio tra cugini di primo grado dovrebbe essere vietato già solo per il rischio sanitario». Ma le questioni che si collegano alla pratica hanno implicazioni che vanno oltre il semplice dato individuale o familiare. Da un lato, le patologie che così si originano assorbono risorse dal Sistema sanitario nazionale, e lo fanno in ragione di una pratica che indica una mancata integrazione negli usi e costumi della società britannica. Dall’altro lato, tali pratiche possono celare compressioni indebite della libertà individuale, poiché – sempre secondo Holden – in alcune comunità fortemente endogamiche la pressione familiare può essere molto forte, soprattutto nei confronti delle giovani donne. Per questo egli collega il tema anche alla lotta contro i matrimoni forzati, il controllo familiare e la limitazione dell’autonomia individuale nell’orizzonte delle «società parallele». Holden sostiene infatti che matrimoni ripetuti all’interno dello stesso gruppo familiare favoriscano la formazione di reti chiuse, ostacolando l’integrazione sociale. Vi è più d una nota maltusiana in questo ragionamento; il quale tuttavia, nella sua durezza, tocca dei nodi problematici dal forte valore simbolico. Per questo la discussione, a partire da un tema di portata settoriale, è andata ben oltre la questione medica e ha portato nuovo carburante al più ampio dibattito su integrazione, multiculturalismo, libertà individuali e ruolo dello Stato nella regolazione di pratiche culturali e familiari. Casi come questo sembrano destinati a moltiplicarsi, nel prossimo futuro, e per quanto la discussione politica possa farsi aspra attorno a simili tematiche, è bene che, se corrispondente a questioni percepite come rilevanti per la vita della società, essa trovi uno spazio di confronto democratico nelle sedi della rappresentanza politica. Ciò, almeno, pare auspicabile, se si vuole tentare di dare risposte istituzionali a quella «Broken Britain» in crisi di identità culturale e sociale, più che economica, di cui parlava David Cameron già agli albori dell’attuale ciclo politico, nel primo decennio degli anni 2000.

Ora l’astro emergente del Partito laburista è Andy Burnham, che in occasione di recenti elezioni suppletive ha ottenuto un seggio a Westminster. Egli ha lasciato la carica di sindaco di Manchester, dove si è creato una nomea di amministratore capace, dalla connotazione politica di progressista ben più forte e spendibile di quella di Keir Starmer. Il quale, con ogni probabilità, a breve dovrà cedergli il posto alla guida del partito e del Governo. È infatti una sana tradizione costituzionale britannica che le due cariche procedano di pari passo e che il Premier sia un parlamentare eletto. Di questo, però, si avrà certezza solo dalla metà di luglio e dopo la sospensione estiva dei lavori del Parlamento.

A dieci anni esatti dalla Brexit si sono ormai avvicendati a Downing Street ben sei Primi Ministri, perlopiù conservatori, segno di difficoltà di governo ormai sistemiche. Nella galleria non sono mancati neppure circostanze curiose, come il fatto che nel 2022 i funerali di Elisabetta II, la più longeva sovrana della storia britannica (70 anni sul trono), siano caduti durante il Gabinetto più breve di sempre (44 giorni). Con una punta di black humour britannico, si potrebbe dire che quello di Liz Truss, durato giusto il tempo delle esequie e del lutto di Stato, sia stato un peculiarissimo “Governo di scopo”. Gli altri Governi hanno invece avuto in comune il fatto di nascere da crisi interne ai partiti che li hanno espressi, in relazione alle divergenze tra le aspettative dell’elettorato dei partiti stessi e l’(in)efficacia dell’azione degli esecutivi lungo linee politiche spesso chiaramente tracciate dal voto popolare. Resta ora da vedere se il prossimo Premier sarà solo il numero 7 di questa travagliata serie o se, viceversa, mostrerà le capacità di sopravvivenza (politica) di un vero 007 al servizio di Sua Maestà.