Chi decide il governo? Il grande nodo della legge elettorale italiana

Vincenzo Mannino, Professore emerito dell’Università Roma Tre

Il dibattito sulla legge elettorale torna puntuale a ogni fine legislatura, ma oggi il contesto è diverso. Le elezioni del 2022 hanno prodotto una maggioranza insolitamente coesa grazie alla netta affermazione del centro-destra nei collegi decisivi, consegnando al Paese un governo tra i più stabili della storia repubblicana. Una stabilità che si riflette anche sul piano internazionale, in termini di credibilità, mercati e investitori.

Ed è proprio questa stabilità a riportare al centro il nodo irrisolto del sistema italiano: il rapporto tra rappresentanza e governabilità. La legge elettorale non è un dettaglio tecnico, ma una scelta su chi esercita il potere. La Costituzione del 1948 ha privilegiato la rappresentanza: il governo nasce dalla fiducia del Parlamento, non dal voto diretto degli elettori, per evitare concentrazioni di potere e garantire pluralismo dopo gli anni del fascismo.

Quel modello regge fino alla fine della Guerra fredda. Poi si incrina: caduta del Muro, dissoluzione dell’URSS e, in Italia, Mani Pulite che travolge la Prima Repubblica e apre una lunga fase di instabilità.

Negli anni ‘90 si tenta di cambiare schema. La stagione referendaria promossa da Mario Segni punta a superare il sistema elettorale proporzionale, accusato di produrre frammentazione e governi deboli, per favorire maggioranze più nette e un rapporto più diretto tra voto e governo. Nasce così il Mattarellum del 1993, sistema misto pensato per rafforzare la governabilità senza cancellare la rappresentanza.

Ma la contraddizione resta. Il sistema è parlamentare, ma la politica agisce come se il voto scegliesse direttamente il premier. Dal Mattarellum alle successive leggi elettorali, si consolida una ‘doppia legittimazione’: costituzionale, fondata sulla fiducia parlamentare, e politica, legata all’aspettativa dell’investitura elettorale dell’esecutivo.

È qui che si inserisce la critica alle riforme maggioritarie: il rischio non riguarda il sistema maggioritario in sé, ma l’eventuale premio di maggioranza in seggi alle Camere, considerato il vero punto critico perché capace di rafforzare in modo significativo la posizione della coalizione vincente e di incidere indirettamente sugli equilibri delle istituzioni di garanzia, come il Presidente della Repubblica. L’obiezione, tuttavia, regge solo in parte. Nelle democrazie costituzionali chi ottiene la maggioranza governa entro i limiti della Costituzione. Anche l’ordinamento italiano lo conferma: per l’elezione del Presidente della Repubblica è richiesta inizialmente una maggioranza qualificata, ma dalla quarta votazione è sufficiente la maggioranza assoluta. La legittimazione deriva dalle regole procedurali, non dall’ampiezza del consenso. Sostenere che una maggioranza non possa esercitare le proprie prerogative significa alterare il principio di uguaglianza tra le forze politiche. Il vero limite resta il rispetto dei principi supremi dell’ordinamento, che nessuna maggioranza può comprimere. Il resto è una forzatura che trasforma un vincolo costituzionale in un freno politico.

In questo quadro si inserisce la riforma oggi in discussione: non una cesura, ma il tentativo di ridurre la distanza tra voto e governo. Il disegno di legge prevede due scenari. Se una coalizione supera il 42% in entrambe le Camere, scatta un premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, sufficiente alla maggioranza assoluta. Se nessuno supera la soglia, si torna al proporzionale e la formazione del governo resta affidata alla dinamica parlamentare. Anche questo secondo scenario riflette una scelta degli elettori, che, non esprimendo una maggioranza definita, demandano al Parlamento il compito di costruirla.

La riforma si inserisce così in una tensione che attraversa il sistema da trent’anni: non la crea, la rende visibile.

La domanda resta la stessa: chi decide la maggioranza di governo, gli elettori o le trattative parlamentari dopo il voto? La legge elettorale non è mai neutra: sposta il baricentro del potere e misura quanto il voto conti davvero nel determinare chi governa il Paese.