Due secoli e mezzo di libertà

Luigi Marco Bassani, Ordinario di Storia delle Dottrine Politiche all’Unipegaso

Duecentocinquant’anni fa, il 4 luglio 1776, il Congresso continentale riunito a Filadelfia approvava il documento che sarebbe diventato il certificato di nascita del paese più influente della storia umana. Da allora ogni estate l’America celebra quella data con grigliate pantagrueliche, fuochi d’artificio, sventolio di bandiere, ma il significato più profondo della Dichiarazione d’indipendenza resta, ancora oggi, qualcosa di piuttosto elusivo, tanto in patria, quanto nel mondo.

La genesi del testo fu tutt’altro che solenne. Jefferson raggiunse Filadelfia il 14 maggio 1776, in un Congresso paralizzato dall’indecisione: i delegati attendevano istruzioni dai rispettivi governi coloniali, che per lo più tergiversavano. La Virginia, la patria di Jefferson, aveva rotto gli indugi e già il 15 maggio si era dichiarata a favore dell’indipendenza chiedendo che tutte le colonie diventassero al più presto “Stati liberi e indipendenti”.

L’11 giugno il Congresso affidò a un comitato di cinque membri (Jefferson, Adams, Franklin, Sherman, Livingston) il compito di redigere il documento. Jefferson, che aveva raccolto più voti degli altri, ne fu l’estensore materiale, anche se per anni quasi nessuno seppe che la Dichiarazione era opera sua. Il Congresso discusse la bozza parola per parola per tre giorni, sopprimendo tra l’altro l’intero paragrafo che condannava la tratta degli schiavi, canonizzando quindi la contraddizione più eclatante di un testo che proclama che tutti gli uomini sono “creati eguali”.

Cinquant’anni dopo, con una coincidenza che la memoria nazionale non ha mai smesso di considerare un segno della benevolenza divina per l’esperimento americano di autogoverno, Jefferson e John Adams morirono lo stesso giorno, il 4 luglio 1826. Invitato a spiegare il significato del documento, Adams scrisse una sola frase: “Indipendenza per sempre!”, mentre Jefferson affidò alle sue ultime righe pubbliche un vero testamento politico, convinto che la scelta della sua generazione avesse acceso “un faro di libertà” per il mondo intero. È questa vocazione universale, e non la semplice storia della secessione dall’Impero britannico, a fare del 4 di luglio una data simbolica che trascende la storia americana, La nascita della prima repubblica della storia fondata esplicitamente sui diritti naturali degli individui, sul consenso dei governati, sul governo limitato aveva ripercussioni planetarie. Mentre l’Europa viveva ancora il canto del cigno dell’assolutismo monarchico, l’America stava imboccando una via repubblicana senza ritorno.

Ma è sul piano filosofico che si gioca la partita interpretativa più importante e anche la più controversa. Il preambolo della Dichiarazione, che proclama alcune verità “autoevidenti” (interpolazione di Benjamin Franklin, subito accettata da Jefferson) è il testo più esplicitamente lockiano mai scritto nella storia politica: i governi nascono al solo scopo di tutelare diritti che precedono qualunque legge vigente all’interno della comunità politica e quando un governo viene meno a questo compito il popolo ha il diritto di “alterare o abolire” il governo. L’anarchia è un ordine politico instabile e difettoso, ma certamente preferibile al vivere sotto un governo tirannico.

È significativo che la prima stesura di Jefferson parlasse di verità “sacre e indiscutibili”, mutate poi in verità “autoevidenti”: un passaggio dall’autorità religiosa all’evidenza razionale di fronte al tribunale della ragione che è espressione squisitamente lockiana.

Il nodo più dibattuto riguarda tuttavia la sostituzione della celebre triade di Locke – vita, libertà, proprietà – con la formula “vita, libertà e ricerca della felicità”. Da almeno un secolo la storiografia progressista, a partire da Vernon Parrington negli anni Venti del Novecento, ha voluto leggere in questa sostituzione la prova che Jefferson non considerasse la proprietà un diritto naturale, aprendo la strada a una lettura essenzialmente socialdemocratica del documento fondativo americano.

È una tesi che non regge né dal punto di vista filosofico, né da quello filologico. Le costituzioni statali coeve, dalla Virginia al Massachusetts, associano sistematicamente proprietà e ricerca della felicità come due facce della stessa medaglia, non come principi in conflitto. E lo stesso Jefferson, in mezzo secolo di scritti pubblici e privati, non smise mai di considerare la proprietà un diritto naturale al pari della vita e della libertà — fondato ovviamente non sul possesso di beni materiali, ma sulla piena proprietà di sé, dei propri talenti e del proprio corpo.

C’è infine un Jefferson meno noto, e ancor più radicale e rivoluzionario che si disvela in una lettera scritta a Madison da Parigi nel settembre del 1789, mentre la Rivoluzione francese muoveva i primi passi. Jefferson sostenne la dottrina secondo la quale “la terra appartiene in usufrutto ai viventi” e nessuna generazione ha il diritto di vincolare quelle future con le proprie leggi, i propri debiti, le proprie costituzioni. Un’idea che tutti giudicarono subito impraticabile, ma che rivela quanto la sovranità individuale, popolare e “generazionale” valesse per il più illustre virginiano anche contro il peso della tradizione e dei culti costituzionali. Dotato di una fede radicale nella capacità di ogni epoca di ricominciare politicamente e giuridicamente da zero, Jefferson avrebbe riservato la sua sferzante ironia, solo per fare un esempio, della venerazione italica nei confronti di una Costituzione i cui estensori sono tutti morti proprio quanto le dottrine politiche che la avevano ispirata. Il che ci apre uno spiraglio sul presente: a duecentocinquant’anni di distanza, la Dichiarazione resta un testo scomodo, perché non si lascia arruolare facilmente in nessuna delle tradizioni politiche che si contendono oggi la simpatia popolare. Non è un manifesto egualitario nel senso in cui lo intende la sinistra progressista, né una semplice difesa dell’ordine costituito cara a un certo conservatorismo. È, piuttosto, l’atto fondativo di un’ideale cristallino e oggi diffusamente dimenticato: i diritti dell’individuo, a cominciare da quello di proprietà, non sono la concessione di assemblee politiche, ma un limite invalicabile all’azione dei governanti. Ricordare oggi che la parte più dinamica e libera dell’Occidente nacque in una filosofia che riteneva i diritti individuali indisponibili da parte del potere politico non è un semplice esercizio di nostalgia, ma vuole solo dare la misura di quanto la politica contemporanea, anche in America, si sia allontanata da quel punto di partenza.