Bilancio e prospettive dell’Alleanza Atlantica dopo il vertice di Ankara

Domenico Rossi, Generale, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito

Il vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e 8 luglio 2026 rappresenta uno degli appuntamenti più significativi nella storia recente dell’Alleanza Atlantica, ad iniziare dalla scelta della sede che non è stata casuale ma riflette il crescente peso geopolitico della Turchia all’interno della NATO e il suo ruolo di ponte  euromediterraneo e hub per temi energetici, marittimi e di difesa aerea. Da sottolineare sul piano politico la presenza congiunta dei Capi di Stato e di Governo che hanno dato copertura di alto livello al binomio “difesa/industria” essenziale per produrre effettiva deterrenza.

Il summit si è svolto in uno scenario in cui la guerra in Ucraina continua a influenzare gli equilibri strategici del continente europeo, mentre parallelamente, le tensioni in Medio Oriente ,pur potendo essere considerate  locali o regionali, hanno avuto riflessi a livello globale con specifico riferimento ai flussi energetici e alle dirette conseguenze sull’economia. Il tutto in un panorama  che include anche  nuove sfide: attacchi informatici, campagne di disinformazione, sabotaggi alle infrastrutture critiche, uso  dell’intelligenza artificiale, competizione nello spazio e protezione delle reti energetiche.

Proprio in virtù di tale minacce il messaggio principale emerso dal summit è stato quello di una NATO intenzionata a rafforzare la propria capacità di difesa collettiva. La dichiarazione finale riafferma infatti l’impegno “ferreo” nei confronti dell’articolo 5 del Trattato di Washington, ribadendo che un attacco contro uno Stato membro sarà considerato un attacco contro tutti. Allo stesso tempo, l’Alleanza conferma una strategia di deterrenza a 360 gradi.

L’attenzione si è conseguentemente concentrata   anche sulla modernizzazione delle capacità militari, sull’interoperabilità tra le Forze Armate dei Paesi membri e sull’accelerazione dei programmi di produzione industriale nel settore della difesa. Ciò tenuto anche conto che le lezioni apprese dalla guerra in Ucraina hanno evidenziato l’importanza di disporre non solo di tecnologie avanzate, ma anche di una solida capacità produttiva ovvero di scorte per sostenere conflitti di lunga durata.

Uno dei temi più delicati del Vertice  e forse il maggiore sotto il profilo politico ha riguardato i rapporti con gli Stati Uniti all’interno della NATO. E’ stata ribadita la necessità che gli alleati europei assumano una quota maggiore della responsabilità finanziaria e operativa per la difesa comune, anche quale condizione indispensabile per mantenere credibile l’Alleanza in un contesto globale caratterizzato dalla crescente competizione con Cina e Russia. In quest’ottica i Paesi membri hanno confermato l’obiettivo di destinare progressivamente fino al 5% del PIL alle spese complessive legate alla difesa e alla sicurezza entro il 2035. Una quota che comprende peraltro non solo gli investimenti militari tradizionali – come armamenti, addestramento e infrastrutture – ma anche  le spese destinate alla resilienza nazionale, alla protezione delle infrastrutture critiche, alla sicurezza cibernetica. In tale ottica numerosi governi europei hanno illustrato programmi pluriennali per aumentare gli investimenti nella difesa, rafforzare le Forze Armate e accelerare l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma.

Una delle principali novità del summit di Ankara è stata l’attenzione dedicata all’industria della difesa. Parallelamente ai lavori politici si è infatti svolto il NATO Summit Defence Industry Forum, che ha riunito governi, aziende e investitori con l’obiettivo di accelerare la produzione di equipaggiamenti militari e rafforzare la cooperazione industriale tra gli Alleati. Ciò anche alla luce delle criticità emerse durante il conflitto in Ucraina come produzione insufficiente di munizioni; tempi troppo lunghi per la consegna degli armamenti; dipendenza da fornitori esterni; carenze nelle catene di approvvigionamento. Grande spazio è stato dedicato anche all’innovazione tecnologica, considerando che le guerre del futuro saranno sempre più influenzate dall’intelligenza artificiale; droni autonomi e sistemi anti-drone; guerra elettronica e cybersicurezza; tecnologie spaziali.

Tre gli aspetti della dichiarazione finale che meritano uno specifico inciso. L’esplicito riferimento alla Russia come minaccia a lungo termine “per la sicurezza e la stabilità euro atlantiche”. L’avere indicato che l’Ucraina  “contribuisce alla sicurezza transatlantica” da cui il dovuto sostegno “equo, prevedibile e sostenibile nel lungo termine”. Lo specifico riferimento al fatto che l’Iran “non deve mai possedere un’arma nucleare” e l’invito a “rispettare la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz”. 

Per tutto quanto precedentemente riportato il summit di Ankara segna a mio avviso  un preciso cambiamento culturale nella NATO. Se durante la Guerra Fredda l’Alleanza era prevalentemente orientata alla difesa territoriale dell’Europa occidentale, oggi essa si presenta come un’organizzazione chiamata a operare in un ambiente multidimensionale, nel quale sicurezza militare, tecnologia, economia ed energia risultano strettamente interconnesse. L’obiettivo non è soltanto rispondere alle crisi già in corso, ma costruire una struttura capace di prevenire le minacce future attraverso innovazione tecnologica, cooperazione industriale e coordinamento politico sempre più stretto tra gli alleati.

L’Alleanza non punta cioè unicamente  a rafforzare la propria presenza militare, ma mira anche a costruire una base industriale comune, più resiliente e capace di sostenere eventuali crisi prolungate. L’idea di fondo è infatti che la sicurezza del XXI secolo dipenda non solo dal numero di soldati o di mezzi disponibili, ma anche dalla capacità di produrre rapidamente equipaggiamenti, sviluppare tecnologie avanzate e garantire catene di approvvigionamento affidabili. Per questo il summit di Ankara ha posto le basi per preparare l’Alleanza a un contesto internazionale caratterizzato da competizione strategica, innovazione tecnologica e conflitti di lunga durata.

Una considerazione infine sul comunicato politico finale per quanto concerne il rimarcare con “fermezza” la validità dell’Articolo 5 e l’approccio a 360 gradi alla deterrenza e difesa. Lo considero infatti un messaggio rivolto in tre direzioni. Verso l’esterno per indicare ad avversari e competitori che avessero intenzioni offensive verso la NATO la soglia di rischio diventa sempre più alta. Verso l’interno ovvero  per le opinioni pubbliche dei singoli Paesi per ribadire che la sicurezza collettiva richiede sforzi congiunti anche di carattere economici. Per finire verso l’industria ovvero i  mercati per dare un segnale di prevedibilità con un orizzonte pluriennale degli investimenti.

A latere del summit di Ankara si registrano sempre maggiori difficoltà sulla positiva prosecuzione della tregua tra Iran e USA. Bombardamenti si susseguono infatti da una parte e dall’altra così come le denunce della violazione della tregua, con la potenziale chiusura dello  stretto di Hormuz che sta diventando un’arma ben più importante di quella nucleare.  Purtroppo anche i colloqui condotti dai mediatori pakistani sembrano in una fase di stallo mentre il termine della tregua si avvicina pericolosamente.