Il Grande Fratello europeo è già alle porte? Chat Control, Euro Digitale e il futuro della libertà

Vincenzo Vespri, Ordinario di Analisi Matematica all’Università di Firenze

Fra i tanti provvedimenti che negli ultimi anni sono stati discussi nelle istituzioni europee, ce ne sono due che, sorprendentemente, hanno suscitato pochissimo dibattito nell’opinione pubblica. Eppure, potrebbero incidere molto più profondamente sulla vita quotidiana dei cittadini di quanto abbiano fatto tante riforme economiche o fiscali. Mi riferisco al Chat Control e all’Euro Digitale. Entrambi vengono presentati con motivazioni difficilmente contestabili. Il primo nasce con l’obiettivo di contrastare la pedopornografia e gli abusi sui minori. Il secondo promette pagamenti più efficienti, una maggiore sovranità monetaria europea e un sistema finanziario più moderno. Le intenzioni, almeno sulla carta, sembrano nobili. La storia, però, insegna che le libertà non vengono quasi mai limitate dichiarando apertamente di voler limitare la libertà. Vengono limitate per perseguire obiettivi condivisibili: la sicurezza, la salute pubblica, la lotta al terrorismo, la protezione dei bambini, l’efficienza dello Stato. Il problema non è l’intenzione iniziale. Il problema è lo strumento. Una democrazia dovrebbe sempre chiedersi non soltanto se uno strumento possa essere utilizzato bene, ma anche se possa essere utilizzato male. Perché nessuno può garantire che le classi dirigenti del futuro saranno illuminate quanto speriamo. E nessuno può garantire che le leggi di domani saranno uguali a quelle di oggi.

Il Chat Control, nella sua forma più ampia, introduce la possibilità di analizzare automaticamente le comunicazioni private mediante strumenti di intelligenza artificiale alla ricerca di contenuti illeciti. Oggi l’obiettivo dichiarato è contrastare gli abusi sui minori. Domani? La domanda non è affatto banale. Una volta costruita l’infrastruttura tecnica che consente di analizzare miliardi di comunicazioni, sarà sufficiente modificare la legge per cambiare ciò che deve essere cercato. Non servirà inventare nuovi strumenti. Basterà aggiornare l’elenco delle cose considerate proibite. Ed è qui che nasce il problema democratico. Perché la libertà di espressione non serve a proteggere le idee approvate dalla maggioranza. Serve a proteggere proprio quelle sgradite. Quelle che disturbano. Quelle che fanno discutere. Quelle che, però, domani potrebbero rivelarsi giuste. George Orwell lo aveva capito perfettamente. Il Grande Fratello non controllava soltanto ciò che i cittadini facevano. Controllava ciò che potevano pensare. O, più precisamente, ciò che osavano dire. Già oggi si vedono segnali di una crescente pressione sociale nei confronti delle opinioni considerate inaccettabili. Si pensi, ad esempio, alle polemiche nate attorno alla scelta di affidare il ruolo di Elena di Troia, nel recente film di Christopher Nolan, a un’attrice nera. È perfettamente legittimo apprezzare quella scelta artistica oppure criticarla. Eppure, nel dibattito pubblico, una critica può rapidamente trasformarsi in un’accusa di razzismo o di simpatia per posizioni estremiste. Il punto non è stabilire se quella critica sia giusta o sbagliata. Il punto è chiedersi se una società libera debba consentire di esprimerla senza che questo comporti conseguenze sproporzionate. Una democrazia liberale vive del confronto, anche duro. Uno Stato etico pretende invece di stabilire quali opinioni siano moralmente accettabili. La storia europea del Novecento dovrebbe averci insegnato quanto pericolosa possa diventare questa pretesa. L’intelligenza artificiale, combinata con sistemi di controllo delle comunicazioni, potrebbe trasformarsi nello strumento perfetto per imporre una morale ufficiale.

Accanto al Chat Control c’è poi l’Euro Digitale. Anche qui le finalità dichiarate sono condivisibili. Ridurre i costi delle transazioni. Modernizzare i pagamenti. Rafforzare l’autonomia monetaria europea. Ma ogni pagamento digitale lascia inevitabilmente una traccia. Oggi esistono ancora i contanti. Domani? Molti ritengono improbabile una loro scomparsa completa; altri temono che, anche senza eliminarli formalmente, possano diventare sempre meno rilevanti nell’uso quotidiano. Se una quota crescente delle transazioni passasse attraverso strumenti digitali gestiti nell’ambito dell’infrastruttura pubblica, aumenterebbe anche la possibilità tecnica di ricostruire le abitudini economiche delle persone. Sapere cosa compriamo significa sapere molto di noi. Cosa leggiamo. Quali giornali acquistiamo. Quali associazioni sosteniamo. Quali idee finanziamo. Quali farmaci assumiamo. Quali viaggi facciamo. Non occorre immaginare scenari fantascientifici. Basta osservare quanto i dati siano già oggi una delle principali fonti di potere.

Per questo molti osservatori richiamano il tema del Social Credit sviluppato in Cina. Il sistema cinese, nelle sue diverse sperimentazioni locali, combina dati amministrativi, finanziari e comportamentali per influenzare o premiare determinati comportamenti dei cittadini. È stato ampiamente criticato in Occidente perché attribuisce allo Stato un ruolo molto esteso nella valutazione della condotta individuale. L’Europa è ancora lontana da un modello simile. Tuttavia, il fatto che i contesti siano diversi non elimina una domanda di fondo: fino a che punto è opportuno costruire infrastrutture tecnologiche che, in linea di principio, potrebbero consentire livelli di controllo sempre maggiori? Il rischio, se esiste, potrebbe non manifestarsi all’improvviso. Potrebbe crescere lentamente. Un regolamento dopo l’altro. Un’eccezione dopo l’altra. Un’emergenza dopo l’altra. È la celebre metafora della rana bollita. Se la temperatura aumenta gradualmente, la rana non si accorge del pericolo finché è troppo tardi. Molti pensano che tutto questo sia fantapolitica. Lo stesso si diceva, pochi decenni fa, della possibilità che ogni individuo portasse in tasca un dispositivo capace di registrare i suoi spostamenti, le sue amicizie, le sue fotografie, i suoi acquisti e perfino le sue conversazioni. Oggi lo chiamiamo smartphone. Le tecnologie cambiano molto più rapidamente della cultura politica.

Questi temi mi riportano alla mente una conversazione avuta molti anni fa con la nipote del matematico Beppo Levi che fu costretto a lasciare l’Italia dopo le leggi razziali del 1938 e trovò rifugio in Argentina. La nipote ricordava una frase che il nonno ripeteva spesso. Quando la libertà comincia a restringersi, diceva, bisogna prendere seriamente in considerazione la possibilità di trasferirsi temporaneamente in un Paese più libero, aspettando che la situazione migliori. Naturalmente non siamo in quella situazione. Sarebbe storicamente sbagliato sostenerlo. Ma allora perché creare infrastrutture che potrebbero, un domani, essere utilizzate in modo incompatibile con quei valori? La libertà non si perde necessariamente con un colpo di Stato. Più spesso si riduce poco alla volta. Un regolamento. Una deroga. Una tecnologia. Una buona intenzione. E quando ci si accorge che il confine è stato superato, spesso è troppo tardi per tornare indietro.