Vincenzo Vespri, Ordinario di analisi matematica all’Università di Firenze
Nei giorni scorsi l’Università Bocconi di Milano ha ospitato la finale internazionale dei Campionati Internazionali di Giochi Matematici, una manifestazione che ha visto l’Italia chiudere al secondo posto assoluto, confermando una tradizione ormai consolidata di eccellenza. Più di duecentomila concorrenti provenienti da tre continenti partecipano ogni anno a questa competizione, che in Italia coinvolge oltre trentamila iscritti.
È una bellissima notizia. Ma offre anche l’occasione per parlare delle Olimpiadi della Matematica, quelle che ogni anno selezionano i migliori giovani matematici del mondo e che, rappresentano una delle esperienze formative più straordinarie che la scuola italiana possa offrire.
Le Olimpiadi Internazionali della Matematica (IMO, International Mathematical Olympiad) sono il campionato mondiale della disciplina. Ogni nazione schiera una squadra di sei studenti delle scuole superiori, selezionati attraverso un percorso lunghissimo e severissimo. Due giorni di gara, sei problemi, quattro ore e mezza ogni giorno. Non si tratta di eseguire calcoli complicati, ma di inventare dimostrazioni. Non basta conoscere la matematica: bisogna crearla. I problemi riguardano geometria, teoria dei numeri, algebra e combinatoria. Non richiedono strumenti universitari, ma intuizione, fantasia e capacità di costruire ragionamenti originali. È probabilmente la competizione intellettuale più difficile al mondo per studenti delle scuole superiori.
L’Italia partecipa alle IMO dal 1967. I primi decenni furono difficili, molto difficili. Ci furono perfino edizioni concluse all’ultimo posto della classifica. Era il segno di un sistema ancora impreparato, in cui mancavano sia una struttura organizzativa sia una cultura della preparazione olimpica. Poi qualcosa è cambiato. Negli ultimi trent’anni il movimento italiano è cresciuto in maniera costante. Oggi il nostro Paese si colloca stabilmente tra le nazioni europee più competitive, spesso dietro soltanto a potenze storiche come Romania, Regno Unito, Francia o Ungheria, e in alcune edizioni è riuscito addirittura a precederle. Anche quest’anno la squadra italiana è tornata da Shanghai con un oro, un argento e tre bronzi, confermando un livello ormai consolidato. Dietro questi risultati c’è un’organizzazione imponente.
Le Olimpiadi della Matematica italiane sono organizzate dall’Unione Matematica Italiana, con il fondamentale contributo della Scuola Normale Superiore di Pisa e il sostegno del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Il percorso inizia nelle scuole con i Giochi di Archimede, prosegue attraverso le selezioni provinciali e regionali fino ad arrivare alla finale nazionale di Cesenatico, autentico punto di riferimento per migliaia di studenti. Si stima che ogni anno partecipino decine di migliaia di studenti, rendendo quella della matematica probabilmente la più grande e partecipata fra tutte le Olimpiadi disciplinari organizzate nel sistema scolastico italiano. È certamente una delle iniziative di eccellenza più diffuse del nostro Paese.
Ma il punto fondamentale è un altro. Molti pensano che lo scopo delle Olimpiadi sia vincere medaglie. In realtà le medaglie sono quasi un effetto collaterale. Non è affatto vero che il campione olimpico diventerà necessariamente un grande ricercatore. Le competenze richieste sono solo parzialmente sovrapponibili. La ricerca richiede anche perseveranza, capacità di lavorare per anni su uno stesso problema, collaborazione internazionale, immaginazione scientifica di lungo periodo. Eppure, è difficile ignorare una coincidenza. Terence Tao, probabilmente il matematico più influente vivente, conquistò una medaglia di bronzo alle IMO a dieci anni, una d’argento a undici e tre ori consecutivi, diventando il più giovane vincitore di una medaglia d’oro nella storia della competizione. Oggi è considerato uno dei giganti della matematica contemporanea. Anche Alessio Figalli, medaglia Fields nel 2018 e certamente il matematico italiano più prestigioso della sua generazione, partecipò con successo alle Olimpiadi Internazionali conquistando una medaglia d’oro prima di intraprendere la carriera accademica. Le Olimpiadi non garantiscono il genio. Ma il genio, molto spesso, passa dalle Olimpiadi.
E tuttavia, neppure questo è il loro risultato più importante. Il vero successo è il coinvolgimento di migliaia di ragazzi che scoprono una matematica completamente diversa da quella che spesso incontrano in classe. Scoprono che la matematica non è una collezione di formule da applicare meccanicamente. Non è una sequenza infinita di esercizi. Non è nemmeno un gigantesco sudoku. È creatività. È eleganza. È bellezza. È la soddisfazione di trovare un’idea che nessuno aveva suggerito.
In questo percorso gli studenti incontrano ricercatori universitari, docenti delle scuole superiori e volontari straordinariamente preparati che dedicano tempo, energie e competenze quasi sempre gratuitamente. È una delle più belle collaborazioni tra scuola e università esistenti in Italia. Forse fin troppo gratuitamente. Quando un insegnante dedica pomeriggi, fine settimana e vacanze a preparare studenti, organizza allenamenti, accompagna i ragazzi alle gare e contribuisce alla crescita di un’intera comunità educativa, è ragionevole chiedersi se non debba ricevere almeno un riconoscimento, anche simbolico. Non per trasformare una passione in un mestiere, ma perché la Repubblica dovrebbe imparare a valorizzare chi costruisce eccellenza.
Esiste un celebre aneddoto attribuito a David Hilbert. Gli comunicarono che uno dei suoi studenti aveva abbandonato la matematica per dedicarsi alla poesia. Hilbert avrebbe sorriso rispondendo: «L’avevo sempre detto che non aveva abbastanza immaginazione per fare il matematico.» Probabilmente è soltanto una battuta. Ma contiene una verità profonda. La matematica è una disciplina creativa quanto la musica, la pittura o la poesia. Le Olimpiadi servono soprattutto a mostrare questo. Così come il coro della scuola insegna che tutti possono cantare e la corsa campestre insegna che tutti possono correre, le Olimpiadi della Matematica mostrano che tutti possono assaporare il piacere del ragionamento, della scoperta, dell’invenzione. Non tutti diventeranno matematici. Ma molti scopriranno che la matematica non è l’aridità dei conti. È un’avventura dello spirito. Ed è forse questa la medaglia più preziosa che le Olimpiadi riescono a conquistare ogni anno.
