Serve ancora saper scrivere e far di conto?

Vincenzo Vespri, Professore di Analisi matematica dell’Università di Firenze

Per oltre sette secoli la risposta sarebbe stata scontata. Leggere, scrivere e far di conto hanno costituito il fondamento della cittadinanza, della crescita economica e del progresso civile. Non è un caso che la fortuna della Firenze medievale e poi rinascimentale si sia costruita anche grazie a un sistema educativo straordinariamente moderno per l’epoca. Le scuole d’abaco, nate tra il Duecento e il Trecento, formarono generazioni di mercanti, banchieri e artigiani capaci di leggere contratti, tenere registri contabili, calcolare interessi, convertire monete e valutare rischi commerciali. In un mondo in cui gran parte dell’Europa era ancora largamente analfabeta, Firenze investiva nel capitale umano. La ricchezza dei Medici e delle grandi compagnie mercantili non nacque soltanto dal denaro, ma dalla diffusione della conoscenza. Saper leggere, scrivere e far di conto fece la differenza.

Oggi ci troviamo davanti a una domanda che sembra mettere in discussione proprio quell’eredità. Se l’intelligenza artificiale scrive testi migliori della maggior parte delle persone, traduce in decine di lingue, produce codice informatico, risolve problemi matematici complessi e partecipa persino alla ricerca scientifica, ha ancora senso insegnare ai giovani a scrivere e a fare di conto?

La mia risposta è sì. Ma per ragioni completamente diverse da quelle del passato. Fino a pochi anni fa molti descrivevano l’intelligenza artificiale come un semplice “pappagallo stocastico”: un sistema capace di prevedere la parola successiva senza comprendere realmente ciò che stava dicendo. Era una definizione efficace per spiegare i primi modelli linguistici. Oggi, tuttavia, rischia di essere già superata. L’intelligenza artificiale sta evolvendo con una velocità impressionante. In pochi anni è passata dall’essere un assistente nella scrittura a diventare uno strumento capace di contribuire alla ricerca matematica. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a risultati che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati fantascienza. Sistemi di intelligenza artificiale hanno contribuito allo studio di problemi matematici aperti, suggerendo strategie dimostrative, individuando nuovi esempi e controesempi e aprendo direzioni di ricerca inedite. Il caso più noto è quello della congettura del Jacobiano, uno dei grandi problemi dell’algebra, dove l’AI ha aiutato i ricercatori a individuare nuove strutture matematiche e a riformulare il problema in modo più efficace. Analogamente, strumenti come AlphaTensor hanno scoperto algoritmi più efficienti per la moltiplicazione delle matrici, mentre i nuovi sistemi evolutivi sviluppati da Google DeepMind stanno dimostrando di poter produrre risultati originali in diversi ambiti della matematica e dell’informatica teorica.

Naturalmente nessuna intelligenza artificiale “dimostra” un teorema nel senso tradizionale del termine senza l’intervento umano. Dietro ogni risultato rimangono indispensabili il controllo dei matematici, la verifica formale delle dimostrazioni e soprattutto la capacità di comprendere il significato delle nuove idee. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che nulla stia cambiando.

Una parte della comunità matematica invita, giustamente, alla prudenza. È una posizione comprensibile. Tuttavia esiste il rischio di osservare il futuro con le categorie del passato. Come accadde con il computer, con Internet e con gli smartphone, inizialmente si tende a considerare queste tecnologie semplici strumenti di supporto. Poi ci si accorge che hanno trasformato il modo stesso di lavorare.

Credo che il matematico del futuro sarà un centauro. Il termine nasce dagli scacchi. Da anni esistono competizioni in cui uomini e intelligenze artificiali giocano insieme. Si è scoperto che, in molte situazioni, non vince il computer da solo né il campione umano da solo, ma la migliore collaborazione tra i due. Nasce così il “centauro”: una nuova figura capace di sfruttare il meglio dell’intelligenza umana e della potenza computazionale. Lo stesso accadrà nella matematica. L’AI esplorerà milioni di possibilità, individuerà regolarità invisibili all’occhio umano, suggerirà nuove dimostrazioni e nuovi percorsi di ricerca. Il matematico dovrà formulare le domande giuste, verificare la correttezza delle risposte, comprendere il significato dei risultati e immaginare nuove congetture. Non meno matematica, dunque. Una matematica diversa.

Lo stesso vale per la scrittura. Se l’intelligenza artificiale scrive meglio di noi, il problema non è più soltanto insegnare a scrivere bene. Diventa fondamentale insegnare a leggere bene. Leggere criticamente. Capire se un testo rappresenta davvero ciò che volevamo comunicare, riconoscere errori, omissioni, allucinazioni, manipolazioni e pregiudizi. Analogamente, se una macchina esegue i calcoli meglio di noi, non significa che la matematica perda valore. Significa che il valore si sposta. Dall’esecuzione meccanica del calcolo alla comprensione dei modelli, dalla soluzione di un esercizio alla capacità di costruire un problema, dalla memoria delle formule alla capacità di interpretarne il significato. L’intelligenza artificiale non elimina il pensiero. Lo sposta verso livelli più elevati.

In questo nuovo scenario assumono un’importanza crescente le competenze che nessuna macchina possiede pienamente: il ragionamento critico, la creatività, la filosofia, la capacità di formulare domande, di collegare discipline diverse, di attribuire significato alle informazioni e di assumersi la responsabilità delle decisioni. Anche il dibattito internazionale sembra dividersi tra due atteggiamenti.

Da una parte vi è una visione prevalentemente regolatoria, ben rappresentata dall’AI Act europeo. È uno sforzo importante e necessario per tutelare i cittadini, ma rischia talvolta di inseguire una tecnologia che cambia molto più rapidamente delle norme destinate a governarla. Due anni fa discutevamo di chatbot che completavano frasi. Oggi discutiamo di sistemi che collaborano alla ricerca matematica. Domani probabilmente parleremo di qualcosa di ancora diverso.

Dall’altra parte emerge una visione più dinamica. Papa Leone XIV, nelle sue riflessioni sull’intelligenza artificiale, invita a governare l’innovazione senza demonizzarla, ricordando che la tecnologia deve restare al servizio della dignità umana. Xi Jinping insiste sulla necessità di accelerare l’innovazione mantenendone il controllo strategico. Elon Musk continua a mettere in guardia dai rischi dell’intelligenza artificiale, ma nello stesso tempo investe enormi risorse nel suo sviluppo. Anche le recenti Linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’uso dell’AI nella scuola non propongono di vietarla, bensì di insegnarne un utilizzo consapevole e responsabile.

Sono posizioni molto diverse tra loro, ma condividono un principio fondamentale: il cambiamento non può essere ignorato. Ogni rivoluzione tecnologica ha ridefinito il concetto stesso di persona istruita. La stampa non eliminò la necessità di leggere; rese ancora più importante comprendere ciò che si leggeva. La calcolatrice non eliminò la matematica; rese più importante capirne i concetti piuttosto che limitarsi a eseguire algoritmi.

L’intelligenza artificiale produrrà una trasformazione ancora più profonda. Per cinque secoli abbiamo insegnato ai giovani a leggere, scrivere e far di conto. Nel XXI secolo dovremo insegnare loro a leggere criticamente, a dialogare con l’intelligenza artificiale e soprattutto a verificarne il lavoro. Questa è la nuova alfabetizzazione. Forse stiamo vivendo un momento storico sorprendentemente simile a quello che precedette il Rinascimento. Anche allora cambiavano gli strumenti economici, le tecnologie, il modo di produrre ricchezza e di trasmettere il sapere. Nasceva un nuovo umanesimo.

Oggi potrebbe nascere un neo-umanesimo, nel quale l’intelligenza artificiale svolgerà molte attività oggi considerate esclusivamente umane, mentre agli uomini sarà richiesto di sviluppare ancora di più ciò che rende autenticamente umano il pensiero: il senso critico, la creatività, l’immaginazione, la responsabilità e la capacità di dare significato alla conoscenza. Come la Firenze del Quattrocento seppe costruire la propria grandezza investendo nell’alfabetizzazione e nella matematica, così il Paese che saprà formare i migliori “centauri” dell’intelligenza artificiale potrà guidare il nuovo Rinascimento tecnologico. Non vincerà chi avrà semplicemente le macchine più potenti. Vincerà chi saprà educare le persone migliori a lavorare con esse.