Domenico Lombardi, Professore di Pratica delle Politiche Pubbliche e Direttore del Policy Observatory della Luiss School of Government e Gabriele Maglio – Coordinatore del Policy Observatory della Luiss School of Government
L’introduzione dei nuovi dazi doganali lo scorso 2 aprile, nei giorni successivi in gran parte congelati per tre mesi e ridotti nell’interim all’aliquota minima del 10% per la Ue e ad altri paesi, cristallizza una transizione geopolitica profonda dell’economia mondiale, segnata dall’indebolimento dell’ordine multilaterale tradizionale, dalla frammentazione delle catene del valore e da crescenti tensioni tra grandi potenze economiche.
In particolare, è possibile identificare tre elementi nella postura della politica commerciale della nuova amministrazione emersi con forza sino ad oggi: i) attacco tariffario indiscriminato contro paesi antagonisti come la Cina, ma anche alleati storici come la Ue, il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan; ii) livelli tariffari elevati soprattutto, ma non solo, per la Cina, anche se sono state già introdotte misure di mitigazione, non sappiamo quanto temporanee; iii) elevazioen delle tariffe a prescindere dallo stadio di lavorazione del prodotto importato – materia prima, semilavorato o prodotto finito; iv) incertezza sul tenore delle misure restrittive in termini del livello dell’aliquota applicata, del paese di provenienza e, infine, del settore di appartenenza delle importazioni.
L’apparente erraticità nella gestione delle politiche tariffarie che è seguita nei giorni successivi al Liberation Day riflette l’utilizzo di uno strumento di politica economica – le tariffe – per conseguire simultaneamente più obiettivi propri di specifiche fasi della storia dell’economia americana, creando un vero e proprio corto circuito.
Lo storico dell’economia Doug Irwin del Dartmouth College descrive l’evoluzione della politica commerciale americana articolata in tre grandi fasi. La prima, che si estende fino alla Guerra Civile, è caratterizzata dall’uso delle tariffe come principale fonte di entrate per lo Stato federale. In assenza di un’imposta sul reddito, i dazi rappresentavano un mezzo per finanziare il bilancio pubblico, più che uno strumento di protezione economica. In effetti, il Presidente Trump si è riferito più volte all’utilizzo di barriere tariffarie per riequilibrare le finanze pubbliche del suo paese.
La seconda fase, inaugurata nel periodo postbellico e culminata con la Grande Depressione, segna invece il passaggio a un uso marcatamente protezionistico delle tariffe. Durante questa “età della restrizione”, gli Stati Uniti erigono barriere doganali con l’obiettivo dichiarato di difendere le industrie nazionali dalla concorrenza estera. È in questo contesto che nasce la famigerata legge Smoot-Hawley del 1930, spesso citata come uno dei fattori aggravanti della crisi economica globale dell’epoca. La presidenza americana ha citato l’applicazione delle misure restrittive per riequilibrare il terreno della concorrenza mondiale agevolando il rimpatrio dell’attività manifatturiera che nei decenni è stata delocalizzata all’estero, soprattutto in Asia, depauperando la base industriale dell’economia americana.
Infine, con la fine della Seconda guerra mondiale si apre una terza fase nella storia delle relazioni commerciali americane, dominata dal principio della reciprocità. Gli Stati Uniti guidano un processo di apertura commerciale multilaterale, fondato su accordi internazionali come il GATT e poi l’OMC, fino ad arrivare a intese regionali come il vecchio NAFTA. È l’epoca in cui si afferma una visione cooperativa del commercio globale, dove la riduzione delle barriere è vista come una leva per la crescita condivisa. Trump ne mantiene l’applicabilità, cambiando però la direzione e proponendo barriere tariffarie elevate in risposta a restrizioni asimmetriche poste in essere, ad avviso della sua amministrazione, dai partner commerciali degli Stati Uniti. In sostanza, le tariffe servono ad estrarre concessioni che possono riguardare maggiori investimenti negli Stati Uniti, innalzamento delle spese per la difesa da parte dei suoi partner commerciali o cooperazione su ancora altri fronti.
In un contesto internazionale segnato da nuove rivalità strategiche, nel pensiero dell’amministrazione, le tariffe vanno bene per rimpatriare posti di lavoro persi a favore della delocalizzazione, ma possono essere poi riviste se il partner adotta una postura, sempre ad avviso dell’amministrazione, più cooperativa. Eppure, la loro rimodulazione non consente più di conseguire l’obiettivo del re-shoring pure citato come uno degli obiettivi delle nuove politiche commerciali. La tensione tra questi molteplici obiettivi, modulati in modo distinto nelle fasi della storia economica americana prima descritte, spiega l’apparente erraticità nella postura dell’amministrazione che ora annuncia misure restrittive, poi le rivede salvo, poi, per alcuni paesi aumentarle ulteriormente.
Tuttavia, negli Usa questo corto circuito non permetterà il ritorno al precedente equilibrio, piuttosto a una maggiore focalizzazione delle politiche restrittive – in sostanza a un protezionismo selettivo con implicazioni rilevanti e durature per l’equilibrio globale. Per l’Europa, si aprono spazi negoziali strategici facendo leva sulle contraddizioni fra i moltiplici obiettivi assegnati alle politiche tariffarie che inevitabilmente ne segneranno una rimodulazione anche significativa, ma non la loro abolizione.
In tal senso, il Governo Meloni ha assunto, sin da subito e per primo in Europa, una postura dialogante e strategicamente equilibrata con Washington. Durante il recente incontro alla Casa Bianca, il Presidente Meloni si è proposto come mediatore tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea sottolineando l’importanza di trovare un terreno comune per rafforzare entrambe le sponde dell’Atlantico.
Durante l’incontro, Meloni ha rilanciato un’agenda comune fatta di investimenti e innovazione. Questa mossa risponde esattamente alla necessità di passare da una postura reattiva a una strategia industriale attiva. La scelta di posizionare l’Italia come hub produttivo per settori chiave mira a rendere l’economia italiana più attraente per i capitali americani, rafforzando al contempo la posizione negoziale del Paese.
Nell’ambito di una visione di lungo periodo, l’Italia ha abbracciato una logica di diplomazia economica nella quale l’interesse nazionale si tutela non con atti di principio, ma con la costruzione paziente di opzioni tecniche e finanziarie: dalle deroghe settoriali alle flessibilità tariffarie, fino alla promozione di un possibile tavolo trilaterale Roma-Bruxelles-Washington. È proprio questo il cuore della strategia italiana: trasformare la crisi in una leva per ripensare l’architettura commerciale italiana ed europea, mostrando quanto l’Italia possa ritagliarsi uno spazio autonomo e riconosciuto nel panorama internazionale nel tentativo di mitigare l’impatto avverso dell’attuale transizione geopolitica dell’economia mondiale.

