Babele, Gerusalemme e la Città di Dio: la città dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale

Vincenzo Vespri, professore di Analisi matematica dell’Università di Firenze

Una delle immagini più suggestive della Magnifica Humanitas di Leone XIV è la contrapposizione tra due città bibliche: la Babele della Genesi e la Gerusalemme ricostruita da Neemia. A una lettura più attenta, tuttavia, dietro queste due immagini sembra affiorarne una terza, forse ancora più importante: la Civitas Dei di sant’Agostino. Non è probabilmente casuale. Leone XIV è il primo Papa agostiniano della storia della Chiesa e la sua formazione spirituale emerge chiaramente nell’enciclica. Anzi, il collegamento diventa esplicito quando il Pontefice richiama la celebre contrapposizione agostiniana tra le due città generate da due diversi amori: la città terrena, fondata sull’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio, e la città celeste, fondata sull’amore di Dio. L’alternativa fra Babele e Gerusalemme diventa così una traduzione contemporanea della grande intuizione agostiniana.

Babele è innanzitutto una città verticale. Gli uomini costruiscono una torre «la cui cima tocchi il cielo». Vogliono farsi un nome, concentrare la propria potenza, eliminare le differenze attraverso una sola lingua e una sola direzione. Leone XIV interpreta significativamente questa uniformità non come comunione, ma come omologazione. La grandiosità della costruzione nasconde una società nella quale l’efficienza finisce per prevalere sulla dignità della persona. È difficile non scorgere in questa immagine anche una metafora della società tecnologica contemporanea. La nuova torre non è fatta di mattoni, ma di dati, algoritmi, capitale e capacità di calcolo. Alla sua sommità si concentra una potenza tecnologica ed economica che appartiene a un numero relativamente piccolo di soggetti, mentre alla base rischia di crescere una moltitudine sempre più dipendente dagli strumenti che altri possiedono e governano. In questo senso Babele può diventare quasi una città neofeudale: non più il castello che domina materialmente il territorio, ma piattaforme, infrastrutture digitali, capitale e conoscenza che producono una distanza crescente tra chi controlla gli strumenti e chi semplicemente li utilizza. È proprio questa la «sindrome di Babele» denunciata dall’enciclica: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli e la tentazione di trasformare persino il mistero della persona in dati e prestazioni.

Gerusalemme è costruita secondo una logica completamente diversa. Quando Neemia torna dall’esilio trova una città distrutta, con le mura abbattute e le porte bruciate. Ma non costruisce una torre e non concentra il lavoro nelle proprie mani. Convoca il popolo e affida a ciascuno un tratto di mura da ricostruire. Lavorano sacerdoti, artigiani, famiglie, donne, giovani. Nessuno costruisce da solo la città; ma nessuno è neppure dispensato dal contribuire alla sua costruzione. Qui si trova forse uno dei passaggi più profondamente politici dell’enciclica. La comunità non nasce dalla semplice compresenza degli individui. Nasce quando persone diverse riconoscono qualcosa come bene comune e accettano di farsene personalmente carico. Gerusalemme possiede delle mura. Questo particolare non è secondario. Le mura non devono essere interpretate necessariamente come esclusione dell’altro. Nella metafora possono rappresentare il confine che rende riconoscibile una comunità: esiste un dentro perché esiste qualcosa che si condivide, qualcosa di cui ci si sente responsabili. Una comunità completamente priva di confini rischia infatti di trasformarsi in quella che, usando una categoria moderna, potremmo chiamare una società liquida: uno spazio attraversato da individui ma privo di memoria comune, appartenenza, responsabilità reciproca e finalità condivisa. La Gerusalemme di Neemia suggerisce qualcosa di diverso. La diversità non viene cancellata, come a Babele, ma neppure semplicemente giustapposta. Viene integrata in un’opera comune. Il Papa lo dice con grande precisione: Gerusalemme ritrova una lingua comune che non è quella dell’uniformità, ma quella della comunione. È questa distinzione tra uniformità e comunione a risultare decisiva.

A questo punto il riferimento a sant’Agostino diventa naturale. La Città di Dio non è semplicemente una città materialmente separata dalla città degli uomini. Le due città agostiniane sono determinate innanzitutto da ciò che gli uomini amano. È l’orientamento dell’amore a stabilire quale città stiamo costruendo. Leone XIV trasferisce questa intuizione direttamente nell’epoca dell’intelligenza artificiale: anche oggi Babele e Gerusalemme cominciano nel cuore dell’uomo. Possiamo allora leggere le tre immagini insieme.

Babele è la città dell’io che vuole salire. Gerusalemme è la città del noi che vuole costruire. La Città di Dio è l’orizzonte che stabilisce per chi e per che cosa vale la pena costruire.

La differenza fondamentale non riguarda dunque l’altezza degli edifici, la ricchezza disponibile o la potenza della tecnologia. Riguarda il fine. In Babele l’uomo costruisce per affermare la propria potenza. A Gerusalemme ciascuno costruisce perché la città possa tornare a vivere.

In questa visione si possono riconoscere anche alcuni elementi della biografia di Robert Francis Prevost. Leone XIV è americano, nato a Chicago, ma ha trascorso una parte fondamentale della propria vita religiosa e pastorale in Perù: prima come missionario agostiniano, poi come formatore, parroco e infine vescovo di Chiclayo. Questa doppia esperienza — nordamericana e latinoamericana — offre una prospettiva particolare sul rapporto tra individuo, comunità, lavoro e povertà. Da una parte vi è l’esperienza americana di una società storicamente costruita attraverso successive ondate migratorie e attraverso un forte ideale di integrazione civica: si può provenire da popoli, culture e religioni differenti e tuttavia diventare parte di una comunità politica comune. Dall’altra vi è l’esperienza latinoamericana, dove Prevost ha incontrato direttamente società nelle quali povertà, disuguaglianza e precarietà non sono concetti sociologici astratti, ma condizioni concrete dell’esistenza. Le due esperienze possono incontrarsi proprio nell’immagine di Neemia: non lasciare il povero fuori dalle mura, ma metterlo nelle condizioni di partecipare alla loro costruzione.

Qui emerge uno dei passaggi socialmente più forti dell’enciclica. Leone XIV non nega affatto la necessità dell’assistenza. In situazioni di emergenza gli aiuti economici sono necessari. Ma afferma chiaramente che essi non possono costituire l’unica risposta, perché il vero obiettivo è mettere ogni persona nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro. È una differenza fondamentale. Dare qualcosa a chi è povero risponde a un bisogno immediato. Metterlo nelle condizioni di lavorare significa invece riconoscergli un ruolo nella città. Il salario non rappresenta soltanto denaro ricevuto. Quando nasce da un lavoro dignitoso, rappresenta autonomia, responsabilità, partecipazione e riconoscimento sociale. Per questo il lavoro possiede nell’enciclica una dignità che supera enormemente la sua funzione economica. Attraverso il lavoro l’uomo sviluppa le proprie capacità, sostiene la famiglia, entra in relazione con gli altri e contribuisce alla costruzione del bene comune. Non esistono allora lavori umilianti in quanto tali. Esistono condizioni di lavoro che possono umiliare l’uomo. Un lavoro semplice, quando è libero, dignitosamente retribuito e orientato al bene della comunità, partecipa pienamente alla costruzione della città. L’immagine di Neemia diventa ancora una volta straordinariamente efficace: non tutti costruiscono lo stesso tratto di mura, ma ogni tratto è necessario perché la città esista.

Questa concezione entra direttamente in tensione con alcune utopie tecnologiche contemporanee secondo le quali l’intelligenza artificiale e la robotica potrebbero rendere progressivamente superfluo il lavoro umano, fino a condurre a una società nella quale il reddito venga sostanzialmente separato dal lavoro. Elon Musk, per esempio, ha prospettato uno scenario nel quale IA e robot potrebbero rendere il lavoro opzionale e produrre una sorta di universal high income. Ma l’antropologia dell’enciclica pone una domanda diversa: anche ammesso che una società possa garantire a tutti un reddito senza lavoro, sarebbe necessariamente una società più umana?

Leone XIV sembra rispondere negativamente. Una società nella quale soltanto una piccola minoranza lavorasse mentre la maggioranza fosse condannata a un’inattività permanente rischierebbe, secondo l’enciclica, un paradossale «progresso materiale e regressione antropologica». L’uomo non lavora soltanto per ricevere un reddito. Lavora anche per partecipare. Il lavoro è uno dei modi attraverso i quali l’individuo può dire: questo pezzo di muro l’ho costruito anch’io.

È precisamente qui che acquista significato la riflessione del Papa sull’intelligenza artificiale. La domanda non è se essere favorevoli o contrari all’IA. L’enciclica lo afferma esplicitamente: la scelta non è tra dire sì o no alla tecnologia, ma tra costruire Babele e ricostruire Gerusalemme. L’IA può diventare uno straordinario strumento di Babele se serve a concentrare ulteriormente ricchezza e potere, a eliminare il lavoro soltanto per aumentare il profitto, a trasformare gli uomini in profili statistici e a rendere una minoranza tecnologicamente onnipotente mentre una maggioranza diventa economicamente e socialmente superflua. Ma la stessa IA può diventare uno strumento di Neemia. Può liberare l’uomo dai lavori pericolosi e alienanti. Può aumentare le capacità di un lavoratore senza sostituirlo. Può rendere accessibile il sapere a chi ne era escluso. Può aiutare un piccolo imprenditore, un medico, un insegnante, un artigiano, un agricoltore. Può consentire anche a chi parte da condizioni svantaggiate di partecipare con maggiore efficacia alla vita economica e sociale. Il criterio indicato dall’enciclica è chiarissimo: la tecnologia deve liberare capacità umane e rendere il lavoro più sicuro, creativo e dignitoso; altrimenti diventa un’accelerazione dell’ingiustizia.

La città che emerge dalla Magnifica Humanitas non è dunque una città immobile e protetta dalle proprie mura. È una città viva e operosa. Le sue mura indicano appartenenza, non immobilità. Le porte possono aprirsi, ma chi entra non rimane eternamente straniero: viene chiamato a diventare cittadino, cioè partecipe di una storia, di responsabilità e di un bene comune. In questa prospettiva l’integrazione assume un significato più profondo della semplice coesistenza. Integrare significa permettere all’altro di poter dire, prima o poi: questa città è anche mia, e anch’io sono responsabile delle sue mura. È forse questo il punto nel quale l’Agostino della Civitas Dei, il Neemia della Bibbia, l’esperienza americana di Prevost e i lunghi anni trascorsi tra le comunità del Perù possono essere letti come parti di una medesima sensibilità. Non una società dei ricchi che costruiscono la torre mentre i poveri rimangono ai piedi di essa. Non una società liquida nella quale nessuno appartiene veramente a nulla e quindi nessuno si sente responsabile di nulla. Ma una città nella quale ciascuno riceve il proprio tratto di muro da costruire. È una metafora sorprendentemente potente anche per il futuro dell’intelligenza artificiale. La domanda decisiva non sarà quanto in alto riusciremo a costruire la nostra torre tecnologica. Sarà se, grazie alla tecnologia, saremo riusciti a far partecipare più uomini alla costruzione della città. Perché, alla fine, la differenza tra Babele e Gerusalemme non è la tecnologia che possiedono. È l’amore con cui costruiscono, il fine per cui costruiscono e il numero di uomini ai quali viene riconosciuta la dignità di poter dire: anch’io ho costruito una parte di queste mura.