Domenico Rossi, Generale, già Sottocapo di stato maggiore dell’Esercito
Effettuare una analisi geopolitica delle situazioni conflittuali in atto è una operazione assolutamente ardua per due fattori: la velocità con cui variano le situazioni e la indeterminatezza per taluni aspetti delle stesse, molto spesso rappresentate in modo diverso dalle parti contendenti.
A supporto di tale affermazione di seguito un esame delle principali situazioni conflittuali, iniziando dal conflitto tra Stati Uniti e Iran, per gli effetti economici globali che ne stanno derivando. Davanti alla impossibilità di vincere basandosi unicamente su bombardamenti aerei e missilistici e stante la attuale capacità di reazione iraniana, ampiamente sottovalutata, gli Stati Uniti intendono far cedere l’Iran con una crescente pressione economica, a partire dal limitare/impedire le esportazioni petrolifere iraniane.
Tutto ciò in un contesto in cui le due parti dichiarano con apparente pari autorevolezza la propria capacità di ripristino o di impedimento della libera circolazione dello stretto di Hormuz, essenziale per il passaggio delle navi petrolifere sia verso l’occidente che l’oriente. L’unico dato certo è che il numero dei transiti è crollato anche perché, pur non essendoci una chiusura effettiva, il rischio militare e commerciale esistente è talmente elevato da ridurre fortemente la reale possibilità di utilizzo dello stretto.
Infatti, se la superiorità navale statunitense è indiscussa parimenti l’Iran si rende pericoloso attraverso disseminazione di mine, piccole imbarcazioni, attacchi missilistici mirati.
In tutto questo Il Presidente americano ha da poco dichiarato che la guerra dovrebbe terminare subito dopo le elezioni di mid-term del novembre 2026.E’ impossibile determinare se trattasi di una previsione politica o spot elettorale oppure di un accordo già raggiunto ma mai confermato da fonte iraniana.
Teheran peraltro ha dichiarato di non voler sedersi nuovamente ad un tavolo se non vengono accettate le sue condizioni: porre fine non solo a ogni aggressione contro la Repubblica Islamica ma anche ai suoi alleati nella regione, incluso Hezbollah in Libano, la revoca del blocco imposto ai suoi porti, risarcimento completo per i danni di guerra, revoca delle sanzioni contro la sua economia e sblocco incondizionato dei suoi beni congelati all’estero.
Una situazione che rischia ancor più di complicarsi per effetto del raggiunto controllo da parte degli Houthi della costa occidentale yemenita ovvero dello stretto di Bab el-Mandeb, con possibilità di incidere direttamente sulle rotte tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Solo una analisi superficiale può sentirsi rassicurata dall’annunciato blocco solo verso le navi saudite e dalla dichiarazione che la navigazione dovrebbe restare sicura per tutte le altre. Peraltro è chiaro che una chiusura totale ,oltre che molto difficile tecnicamente, comunque sarebbe suscettibile di provocare una forte risposta internazionale.
E’ evidente comunque che Hormuz e Bab el-Mandeb sono due facce dello stesso rischio per le catene energetiche e commerciali globali. Questo perchè la pressione sugli stretti consente ad attori locali o regionali, ancorchè militarmente inferiori ad attori globali, di avere a disposizione una potentissima leva strategica che va ad incidere su aumenti delle assicurazioni, dei tempi di trasporto e prezzi dell’energia.
Al quadro sopra indicato dobbiamo collegare ulteriori tre scenari : Gaza, Cisgiordania e Libano, che vedono impegnati il principale alleato degli Usa ovvero Israele.
A Gaza la roadmap a suo tempo concordata tra le parti e proposta dagli USA prevede il disarmo di Hamas e il graduale ritiro delle forze israeliane, quale condizione primaria per trasformare una tregua in un accordo definitivo.
Attualmente siamo di fronte ad una fase di stallo che nasce dalla reciproca sfiducia dei contendenti. Israele non vuole procedere verso un ritiro pieno senza garanzie sul disarmo di Hamas che però vincola quest’aspetto prioritariamente al ritiro israeliano dal territorio palestinese ,oltre che al rispetto del cessate il fuoco e all’apertura dei valichi. Nonostante i tentativi di mediazione in atto nessuno riesce ad essere realmente garante e la roadmap è di fatto bloccata.
Diversa ma forse ancor più complicata la situazione in Cisgiordania per l’intenzione politica del governo Netanyahu di accelerare l’espansione degli insediamenti e mettere in atto il progetto di colonizzazione E1, che di fatto renderebbe pragmaticamente impossibile la realizzazione dell’obiettivo “due popoli, due Stati”. Sul terreno, demolizioni, confische, restrizioni e violenze mantengono alta la tensione.
Una situazione a cui Regno Unito, Francia, Canada e altri Paesi hanno reagito con misure e condanne e con la reazione di Israele che ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme dando via a una vera crisi diplomatica e di fatto con il rischio di un isolamento internazionale sempre maggiore.
In Libano si è raggiunto un accordo che in prospettiva mira a realizzare nell’area una effettiva pace duratura. Peraltro l’intesa, che prevede di fatto il ritorno al Libano del territorio ora occupato dagli israeliani, per realizzarsi ha bisogno del reale rafforzamento delle Forze Armate libanesi in modo che possano disarmare Hezbollah, che però non ha sottoscritto l’accordo e quindi continua a rivendicare e ove possibile ad effettuare la resistenza armata. In ragione di ciò Israele continua a mantenere una zona di sicurezza e collega il proprio ritiro al disarmo dell’organizzazione sciita. Fermo restando che la Risoluzione 1701 resta il quadro di riferimento il problema reale sembra dipendere quindi più dagli equilibri interni al Libano che dalle azioni di Israele.
Per quanto concerne la guerra Russia-Ucraina il fronte è ancora tendenzialmente statico e nessuna delle due parti sembra in grado di produrre rapidamente un mutamento strategico decisivo. Proprio per questo la Russia ha continuato progressivamente ad intensificare gli attacchi contro infrastrutture energetiche e civili ucraine, con Kiev che, pur impegnata principalmente a difendersi, sta riuscendo comunque anche a colpire depositi, oleodotti e impianti energetici in territorio russo. I tentativi in corso di mediazione americana non hanno prodotto alcun effetto e la Russia ha ribadito recentemente di non discostarsi dagli obiettivi più volte ribaditi di piena annessione delle note quattro province già in parte occupate. Si sta ora ipotizzando un possibile incontro Putin-Trump-Zelensky entro fine 2026, senza però nessuna conferma a riguardo.
Volendo trovare una sintesi in quanto sopra indicato, c’è innanzi tutto da evidenziare come gli accordi diplomatici mostrino un limite di fatto comune a tutti gli scenari: senza meccanismi credibili di verifica e garanzia, nessun attore vuole cedere per primo la propria leva militare. Parimenti i successi sul terreno solo parziali non bastano a produrre soluzioni politiche con il rischio che conflitti regionali si trasformino in problemi sistemici, specie se insistono sulle catene logistiche globali.

