Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 resterà come uno di quei momenti in cui la politica italiana mostra, all’improvviso, la profondità delle correnti sotterranee che la attraversano. Non tanto per il merito del quesito, quanto per la dinamica del voto: un’affluenza sorprendentemente alta (59%), un risultato opposto alle previsioni iniziali (ha vinto nettamente il “No”) e un sistema politico costretto a ricalibrarsi nell’arco di poche ore. È uno di quei casi in cui il Paese sembra parlare con una voce più forte del solito, e lo fa attraverso uno strumento – il referendum – che ciclicamente diventa il luogo simbolico in cui si condensano tensioni, aspettative e giudizi. Continua a leggere