Un umano desiderio di stasi. Su Pasolini ‘corsaro’
Proiettata in aula agli studenti di Lettere del primo anno, l’intervista-monologo di Pasolini sulla costa laziale, con Sabaudia sullo sfondo («… È stato uno specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire, e adesso risvegliandosi forse da quest’incubo e guardandoci intorno ci accorgiamo che non c’è più niente da fare»), ha un successo sorprendente, indigna, commuove. O forse non c’è niente di cui sorprendersi: la giovinezza è l’età del lamento e della recriminazione, e tende ad essere sedotta da chi maledice (con un’elocutio così efficace, poi!), mentre diffida dei benedicenti, perché del mondo tende a vedere soprattutto i guasti, le lacune. Ma certo fa riflettere questa solidarietà tra uno scrittore nato nel 1922 e una classe di ragazzi nati dopo il 2005, tra un uomo che è cresciuto tra la Bologna del primo dopoguerra e la campagna friulana, e una generazione che abita quello che lui stesso presagiva (più a torto che a ragione) come «un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato». Continua a leggere
